DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO XXXIX

VITA ED AVVENTURE DELLO SCHIAVO.

 

«C'è nelle montagne di Leone una terra donde trasse origine il mio lignaggio, cui fu più favorevole e benigna la natura che la fortuna, benché a fronte della povertà di quei popoli godesse mio padre la riputazione di ricco: e tale sarebbe stato realmente se tanto si fosse curato di mantenere le sue sostanze, quanto dava opera a mandarle a male. Il carattere di uomo liberale e generoso procedeva in lui dall'essere stato ascritto alla milizia in tempo della sua giovinezza; perché la professione del soldato rende splendido il misero, e prodigo il liberale: e se v'ha chi tra l'armi sia spilorcio, può considerarsi come un mostro che di rado apparisce. Oltrepassava mio padre i confini della liberalità, e cominciava ad eccedere nel modo che nuoce all'uomo che ha moglie e figliuoli, i quali gli hanno a succedere nel nome e nell'essere. Tre ne aveva egli tutti maschi e tutti in età da potersi eleggere da sé stessi uno stato. Vedendo egli che, per quanto diceva, non potea ripararsi dalla sua mala inclinazione, volle togliere da sé lo strumento e la causa che lo avrebbe reso scialacquatore, e ciò fece spropriandosi della sua facoltà. Un giorno chiamati tutti e tre i suoi figli nelle sue stanze, loro parlò presso a poco nel seguente modo: «Figli miei, per dirvi che siete cari al mio cuore altro non mi è duopo se non se chiamarvi col dolce nome di miei figli: ma per dimostrarvi poi che non vi amo, basti che io vi dichiari che mando in rovina il patrimonio ch'io dovrei presentarvi: affinché però conosciate quind'innanzi che voglio amarvi da padre, e che non voglio distruggere come padrigno quello che vi appartiene, mi sono determinato di appigliarmi insieme con voi ad un partito da me pensato e disposto con maturo consiglio, son già molti giorni. Voi tutti vi trovate in età da poter fare scelta di uno stato, o per lo meno da poter eleggervi un esercizio che anche nell'avvenire vi arrechi onore e profitto. Io dunque voglio distribuire in quattro parti la mia facoltà; tre ne darò a voi perché ognuno abbia la sua, e riterrò la quarta per me affine di sostenermi nel resto dei giorni che piacerà al Cielo lasciarmi. Bramerei però che ognuno, avuta la sua parte, seguisse una delle strade che sono per indicarvi. Avvi nella nostra Spagna un proverbio, a parer mio molto vero, come sono tutti quelli che consistono in brevi sentenze dedotte da lunga e prudente sperienza, ed è questo: Chiesa, Mare, o Casa reale, come se dicesse: chi vuol acquistare ricchezze segua o lo stato ecclesiastico, o la via del mare esercitando il traffico, oppure vada a servire nella casa del re, perché si suol dire: Vale più un nonnulla che sia dato da un re, che ogni grazia di un signore particolare. Ciò vi dico perché bramerei, anzi è mio volere che uno di voi si applicasse alle lettere, un altro alla mercatura, ed il terzo al servigio del re nella guerra, essendo troppo difficile il poterlo servire nel suo palagio; e poi quantunque la guerra non dia molte ricchezze, suole procacciare molto valore e molta fama. Fra otto giorni io darò scrupolosamente a ciascuno di voi la parte sua in danari, ed intanto voi ditemi, se vi piace, di applicarvi al partito ed al consiglio che testé vi ho proposto.»

Ordinando egli a me, maggiore di età che rispondessi pel primo, cominciai dal dirgli che non rinunziasse alle sue facoltà se prima non se ne fosse valso a proprio talento, essendo noi altri giovani troppo per utilmente amministrarle; e passai poi a concludere che avrei servito al suo desiderio, perché la mia inclinazione mi portava all'esercizio delle armi, servendo così ed a Dio ed al re mio signore. Lo stesso gli fu risposto dal secondo fratello, il quale scelse di portarsi alle Indie, seco recandosi quanto gli fosse toccato in parte. Il minore, a quanto io reputo, più sensato degli altri, disse che amava di abbracciare lo stato ecclesiastico, e d'andar a compiere in Salamanca gli studi già cominciati. Terminato che avemmo di accordarci e di scegliere i rispettivi nostri esercizî, ci abbracciò tutti il nostro genitore, ed in brevissimi giorni diede esecuzione a quanto ci aveva promesso consegnando ad ognuno la parte sua, che, per quanto mi sovviene, furono tremila ducati in contante; ed acquistato avendo un nostro zio la intera facoltà, n'eseguì il pagamento in effettivo danaro, affinché la sostanza non uscisse dal ceppo della famiglia. Ci licenziammo tutti e tre dal nostro buon padre in un medesimo giorno; e parendo a me che fosse poco umana cosa lasciare un vecchio genitore con facoltà sì meschina, l'obbligai a togliersi duemila ducati del mio, bastandomi il rimanente per provvedermi quant'erami duopo ad esercitar il mestiere del soldato. Mosse il mio esempio li due miei fratelli; sicché diede ognuno di essi al padre mille dei suoi ducati: e così li restarono quattromila ducati in contante; in aggiunta ai tremila che sembrava loro valer potesse la facoltà ritenutasi in beni stabili. Venne l'istante del nostro distacco da lui e da quel nostro zio, e ciò fu non senza amarezza e pianto comune; e la madre pregavaci che le facessimo sapere, sempreché ne avessimo l'opportunità, ogni nostro avvenimento fortunato od avverso che fosse. Fatta questa promessa, ed abbracciatici tutti ed avuta la paterna benedizione, l'uno si diresse a Salamanca, l'altro si volse a Siviglia, ed io presi la via di Alicante; avendo saputo che colà era pronta alla vela una nave diretta a Genova con un carico di lana. Saranno ventidue anni da che mi tolsi dalla casa del padre; nel corso dei quali, tuttoché io abbia scritte alcune lettere, nulla più seppi né di lui né dei miei fratelli, e brevemente vi narrerò adesso ciò che mi avvenne in questo tratto di tempo.

Imbarcandomi in Alicante arrivai a Genova con prospero viaggio, e di là mi portai a Milano dove mi provvidi d'arme e di ogni foggia di guerresco ornamento; e di là mi piacque di andare ad arruolarmi negli eserciti del Piemonte: se non che poi avendo inteso, cammin facendo verso Alessandria della Paglia, che il gran duca d'Alba passava nelle Fiandre, cangiai risoluzione, e mi posi al servigio di lui nelle guerre che fece. Mi trovai presente alla morte dei conti d'Eguemon ed Hornos, e giunsi ad essere alfiere d'un celebre capitano di Gualdalasciara, chiamato Diego d'Urbino. Dopo qualche tempo ch'io militava nelle Fiandre s'ebbero nuove della lega fatta dalla Santità di Pio V, di felice memoria, con Venezia e Spagna contro il nemico comune ch'è il Turco; il quale a quel tempo stesso, armata mano, aveva tolta la famosa isola di Cipro ai Veneziani: perdita deplorabile e disgraziata. Seppi senza poterne dubitare che il generale di questa lega doveva essere il serenissimo don Giovanni d'Austria fratello naturale del nostro buon re don Filippo, e divulgossi tosto il grandissimo apprestamento di guerra che si faceva. E tanto quella notizia m'incitò e commosse l'animo, che per desiderio di trovarmi nella giornata che con grande impazienza era attesa da tutti, sebbene io avessi fondate, e posso dire, quasi certe speranze di essere promosso nella prima occasione al grado di capitano, tutto abbandonai ad oggetto di portarmi in Italia; e volle la mia buona sorte che il signor don Giovanni d'Austria fosse di recente arrivato a Genova per indi passare a Napoli per unirsi coll'armata dei Veneziani, siccome poi fece a Messina. Nella giornata più avventurosa che abbiano avute le armi cristiane, io salii al grado di capitano di fanteria, e più che ai miei meriti ho dovuto un tal posto alla mia buona fortuna; ma io solo fui poi lo sfortunato in quel giorno che riescì per la cristianità sì felice, essendosi disingannato il mondo intero dell'errore in cui stava che i Turchi fossero invincibili in mare. In quel giorno dunque in cui l'orgoglio e la superbia ottomana rimasero fiaccati, tra tanti avventurati che vi furono (perché sorte migliore ebbero i Cristiani che caddero estinti, degli altri che vivi e vincitori uscirono della battaglia), io mi trovai infelicissimo. In cambio di riportare una navale corona, come sarebbe avvenuto ai tempi di Roma, nella notte che seguitò al dì della vittoria, mi trovai colle catene ai piedi e coi ceppi alle mani; ed ecco in qual modo. Avendo l'ardito e fortunato Ucciali re d'Algeri investita e presa la capitana di Malta, dove non sopravvissero se non tre cavalieri, anch'essi gravemente feriti, accorse per darle aiuto la capitana di Giannandrea Doria, dove io mi trovava colla mia compagnia. Facendo ciò che m'indicava il dovere in somigliante occasione, io saltai nella galea nemica, la quale, allontanandosi da quella da cui era investita, impedì ai miei soldati di seguitarmi, e per tal modo io restai solo in mezzo a nemici tanto numerosi che si rese inutile ogni mia resistenza. In fine carico di ferite mi arresi, e poiché siccome avrete già inteso dire, o signori, l'Ucciali si pose in salvo coll'intera sua squadra, io venni quindi a restare in suo potere, e fui solo doglioso fra tanti contenti, e solo schiavo fra tanti tolti alle catene; che furono quindicimila i Cristiani che ricuperarono in quel dì memorando la libertà dopo essere stati vogatori al servigio dell'armata turchesca. Mi condussero a Costantinopoli dove il gran signore Selim fece generale di mare il mio padrone per avere dati contrassegni di bravura nella battaglia, riportato avendo a prova del suo valore lo stendardo della religione di Malta. Mi trovai in Navarino nell'anno secondo, che fu del settantadue, vogando nella capitana dei Tre fanali. Io potei vedere e notare l'occasione quivi perduta di prender nel porto tutta l'armata turchesca; perché i levantini e i giannizeri che lo equipaggiavano, tenevano per indubitato di essere investiti dentro al porto medesimo, ed avevano pronte le robe e i passamachi (che sono le loro scarpe) per fuggire per terra senz'aspettare l'assalto: sì grande timore avevano essi della nostra armata. Dispose però il Cielo altrimenti, non già per colpa o disattenzione del generale che comandava ai nostri, ma per i peccati della cristianità, e perché vuole e permette Iddio che abbiamo sempre sopra di noi qualche ministro delle sue vendette. L'Ucciali dunque poté ritirarsi a Modone, ch'è un'isola presso Navarino, e lasciando in terra le milizie, fortificò la bocca del porto standosene inerte fino al ritorno del signor don Giovanni. In questo viaggio avvenne il conquisto della galea, chiamata la Presa, capitano della quale era un figlio del famoso corsaro Barbarossa. Fu essa pigliata dalla capitana di Napoli, chiamata la Lupa; comandata da quel fulmine di guerra, dal padre dei soldati, dal fortunato e non mai vinto capitano don Alvaro de Bazan, marchese di santa Croce: né voglio omettere di far sapere ciò che avvenne nel conquistare la Presa. Era sì crudele il figlio di Barbarossa, e faceva sì mal trattamento de' suoi prigionieri, che vedendo gli schiavi al remo che la galera, la Lupa, andava per abbordarli, e che loro era già addosso, tutti abbandonarono il remo e presero il loro capitano che stavasene all'albero fra la poppa e la corsia, gridando che si vogasse a tutto potere; e gettandolo da un banco all'altro, e da poppa a prora, gli diedero tanti morsi che discosto un passo dall'albero piombò l'anima sua all'inferno: conseguenza, come si è detto, della crudeltà con cui trattava, e dell'odio che tutti gli portavano. Ritornammo a Costantinopoli, e nell'anno successivo si venne a sapere che il signor don Giovanni aveva conquistato Tunisi, tolto ai Turchi quel regno e messovi in possesso Muley Hamet, troncando la speranza di rimontare sul trono a Muley Hamida, il più valoroso Moro che il mondo abbia veduto.

Il sultano sentì al vivo una tanta perdita ma usando sagacità propria di tutti quelli della sua casa, stipulò la pace coi Veneziani, che più di noi n'erano desiderosi; e l'anno seguente 1574, assalì la Goletta ed il Forte che don Giovanni aveva lasciati mal difesi presso Tunisi. In mezzo a tanti avvenimenti, io condannato al remo, non avevo speranza alcuna di riacquistare la libertà, od almeno non mi attendeva di conseguirla col mezzo del mio riscatto, essendo risoluto di non far sapere a mio padre la mia disavventura. La Goletta si arrese ed anche il Forte; contro le quali piazze eranvi settantacinquemila soldati turchi pagati, e più di quattrocentomila tra Mori ed Arabi di tutte le nazioni dell'Africa, e con essi tante munizioni e tanti strumenti di guerra e tanti guastatori, che colle mani gettando pugni di sabbia avriano potuto seppellirle. La prima a cedere fu la Goletta tenuta fin allora per inespugnabile: e non si perdette già per colpa dei suoi difensori, i quali fecero prodigi di valore, ma perché l'esperienza fece conoscere quanto facilmente potevansi alzare trincee in quella deserta arena, dove a due palmi sotterra si trovò l'acqua che i Turchi non seppero discoprire a due canne di profondità. Con molti sacchi di sabbia levarono dunque le trincee tant'alto che sormontavano le mura della fortezza, e tirandovi a cavalieri toglievano agli assediati ogni mezzo atto alla propria difesa. Fu universale opinione che i nostri non avrebbero dovuto chiudersi nella Goletta, ma attendere in campagna aperta lo sbarco dei nemici: ma questo è un ragionare proprio di chi è lontano ed ha poca sperienza di simil fatti; perché se solo settemila soldati erano alla difesa e della Goletta e del Forte, come potevano in sì piccolo numero, per quanto essi fossero valorosi, uscire in campagna e cimentarsi in confronto di sì grande quantità di nemici? E come può non restare soccombente una fortezza priva di ogni soccorso, tanto più se viene assediata da una moltitudine di accaniti nemici, e nel loro stesso paese? Parve però a molti, ed a me pare ancora, che fosse gran mercé del Cielo e fortuna della Spagna il precipitare che fece quella officina, centro di malvagità, e quella voragine o spugna fatta per assorbire un'infinita quantità di danari, che si disperdevano senza profitto e senza altro oggetto che di conservare la memoria del conquisto fattone dalla felicissima memoria dell'invittissimo Carlo V; quasi che a farla eterna, com'è, e sempre sarà, fosse stato necessario che avesse ad essere sostenuta da quelle pietre. Si arrese eziandio il Forte, fu guadagnato palmo a palmo dai Turchi, mentre i soldati che n'erano alla difesa pugnarono con tanta gagliardia e con tanto valore, che in ventidue assalti generali sostenuti restaronvi estinti più di venticinquemila nemici. Non fecero prigione uom sano dei trecento che vi rimasero: prova evidente ed indubitabile di lor gagliardia e costanza, e del distinto merito con cui si erano difesi. Si arrese a patti un piccolo forte o torre situata alla metà dello stagno, comandata da don Giovanni Zinochera, cavaliere di Valenza e famoso soldato, e si fece prigione don Pietro Portocarrero, generale della Goletta, il quale adoperato aveva ogni industria per difenderla; e tanto dolore gli arrecò il perderla, che ne morì mentre lo conducevano prigioniero a Costantinopoli. Restò eziandio in ischiavitù il generale del Forte, che chiamavasi Gabrio Serbelloni, cavaliere milanese, grande ingegnere e soldato valorosissimo. Perirono in queste due fortezze molti ragguardevoli personaggi, uno dei quali fu Pagano Doria cavaliere dell'abito di San Giovanni, di animo generoso; di che n'è stata prova la sua liberalità da esso usata a favore del suo fratello il famoso Andrea Doria: e ciò che rese più lagrimevole la sua morte si fu l'essere stato ucciso da alcuni Mori, ai quali si era affidato, poiché vide perduto il forte, e che se gli offrirono di condurlo in abito di Moro a Tabarca, ch'è un piccolo porto e casa tenuta dai Genovesi in quella riviera, ed ove si esercitano nella pesca del corallo.

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Troncarono la testa al Capo dei Mori, e la offrirono di poi al generale dell'armata turchesca, il quale rese sempre più vero il nostro proverbio castigliano: che quantunque piaccia il tradimento, si aborrisce sempre il traditore; che il generale fece appiccare chi gli recò quel presente per non averglielo portato vivo. Fra i Cristiani che rimasero vittime del Forte, uno si fu don Pietro d'Aghillar, nativo di non so qual paese d'Andalusia, già alfiere nel forte stesso, soldato di molta considerazione e di raro intelletto, e che aveva altresì molta grazia e spontaneità nella poesia. Io aggiungo questa particolarità perché il suo destino lo trasse alla mia galea e al mio banco e lo fece schiavo del mio stesso padrone. Prima che noi salpassimo da quel porto compose questo cavaliere due sonetti a foggia di epitaffi, uno per la Goletta, e un altro per il Forte, e in verità che ve li voglio recitare avendoli a memoria, persuadendomi che potranno recare diletto piuttosto che noia.

Quando lo schiavo nominò don Pietro d'Aghillar, don Fernando guardò i suoi compagni, e tutti tre se ne sorrisero: e quando parlò dei sonetti disse uno di loro: «Prima che vossignoria li reciti, favorisca dirmi ciò ch'è avvenuto di questo don Pedro. — È a mia cognizione, rispose lo schiavo, che dopo due anni passati in Costantinopoli, fuggì in abito d'Arnauta con un greco esploratore, ma non so se abbia ricuperato la libertà, lo che però credo avvenuto, giacché dopo oltre un anno ho veduto il greco in Costantinopoli, ma non mi venne fatto di domandargli l'esito di quel viaggio. — Gli andò bene il tentativo, rispose il cavaliere. Sappiate che questo don Pietro è mio fratello, e trovasi al presente in patria sano, ricco ed ammogliato con tre figliuoli. — Sia lode al Cielo, disse lo schiavo, pel favore che gli ha concesso, non essendovi quaggiù alcun contento che a quello si agguagli di ricuperare la libertà perduta. — E c'è di più, replicò il cavaliere, che so a memoria i sonetti composti da mio fratello. — Li faccia sentire la signoria vostra, disse lo schiavo, che li reciterà meglio di me. — Ben volentieri: quello per la Goletta è il seguente:

 

«Alme felici che, sciolte dal mortale incarico, saliste dalla bassa terra all'altezza del cielo:

«Voi che accese di zelo e di nobile sdegno provaste la forza de' vostri corpi; e del vostro e dell'altrui sangue imporporaste i flutti del mare o la polve dei campi:

«La vita prima del valore venne meno alle affaticate vostre braccia, le quali morendo ottennero la vittoria nell'atto stesso che rimanevano vinte:

«E in questa misera caduta mortale acquistaste tra le mura e la spada la rinomanza del mondo e la gloria eterna de' cieli.»

 

— Tal quale lo so io pure, disse lo schiavo.

— Quello per il Forte, se male non mi appongo, soggiunse il cavaliere, è così concepito:

 

«Dal mezzo di questa rocca e di questi bastioni rovesciati e distrutti, le sante anime di tremila soldati salirono vive al miglior soggiorno.

«Avevano prima esercitata invano la forza delle vigorose loro braccia, finché stanchi e pochi resero la vita sotto la spade.

«Ecco il suolo a cui attaccano mille ricordanze lagrimevoli de' secoli andati e del tempo presente.

«Ma non mai dal suo duro seno salirono al cielo alme più pure, né mai sostennero corpi più valorosi.»

 

Piacquero i sonetti, e si rallegrò lo schiavo per le nuove ricevute del suo camerata; poi proseguendo il racconto disse: «Pigliata la Goletta ed il Forte, i Turchi diedero commissione che si smantellasse la prima, non occorrendo tal precauzione per l'altro rimasto sì maltrattato da non lasciare quasi più parte alcuna da mandar a terra. Per accelerare questa operazione minarono da tre lati, ma da nessuna parte riuscì loro di far saltare in aria quello che pareva più debole, cioè le vecchie muraglie. Si smantellò con molta facilità quanto era tuttavia in piedi delle nuove fortificazioni fatte dal Fratino: in fine l'armata tornò a Costantinopoli vincitrice e trionfante, e dopo pochi mesi passò fra gli estinti l'Ucciali il mio padrone, soprannominato Ucciali Fartax, che significa in lingua turchesca, il rinnegato tignoso, perché era coperto di tigna; ed è costume dei Turchi di pigliare un soprannome o da qualche loro particolare difetto, o da qualche virtù di cui vadano adorni: e ciò deriva dal non esservi tra loro se non quattro nomi di famiglie le quali discendono dalla casa ottomana, e le altre, siccome ho detto, lo prendono sempre o da virtù o da difetti loro propri. Questo tignoso vogò al remo, schiavo del gran Signore, pel corso di quattordici anni; pervenuto poi oltre i trentaquattro, per avere comodità di vendicarsi di uno schiaffo ricevuto da un Turco, rinnegò la sua fede. Sì grande fu il suo valore che senza ricorrere ai turpi mezzi ed a quelle indirette vie per le quali i più arrivano ad essere favoriti dal Gran Signore, salì sul trono di Algeri e poi fu generale di mare, ch'è la terza dignità che si conferisce in quell'impero. Era calabrese di nazione e buon uomo, trattando con grande umanità i suoi schiavi, che ascesero al numero di tremila; i quali poi, siccome ordinò col suo testamento, andarono ripartiti tra il Gran Signore (erede di quanti muoiono, e compartecipe insieme coi figli della sostanza che lasci il defunto) e tra i suoi rinnegati. Io toccai in sorte ad un rinnegato veneziano, ch'essendo piloto di una nave era stato fatto prigioniero dall'Ucciali il quale lo amava sopra tutti gli altri suoi garzoni e riuscì poi il più crudele rinnegato che sia stato giammai. Chiamavasi Azanaga; accumulò grandi ricchezze, e montò sul trono di Algeri. Ivi l'ho io seguìto partendo da Costantinopoli alquanto contento di trovarmi sì vicino alla Spagna, non già perché avessi intenzione di far sapere a veruno l'infelice mia sorte, ma per non so quale speranza che in Algeri potesse riuscirmi ciò che in Costantinopoli m'era sempre fallito, dove avevo tentate infinite maniere di fuggire, ma tutte invano. Pensavo di rintracciare in Algeri altri mezzi di secondare gli ardenti miei voti, non avendo perduto giammai la speranza di riacquistare la libertà: e quando io vedeva mal riuscire l'intento da me immaginato, senza cadere di animo andavo studiando nuovi mezzi che alimentavano le mie speranze, tuttoché fossero deboli e inefficaci. A questo tristo modo io conducevo la vita, rinserrato in una prigione che i Turchi chiamano bagno, in cui stanno imprigionati gli schiavi cristiani, sì quelli che sono di proprietà del re, come gli altri che appartengono a private persone, e quelli che chiamano dell'Almazen, ch'è lo stesso che dire, schiavi del Consiglio, i quali servono la città nei lavori pubblici e in altri offizî. Molto difficilmente ottengono questi tali la libertà, perché appartenendo al comune e non ai particolari padroni, non si sa con chi trattare pel loro riscatto, se pure n'avessero i mezzi. In quei bagni dunque dove alcuni signori privati tenevano custoditi gli schiavi che miravano alla loro liberazione, io mi trovava, ed erano in mia compagnia anche alquanti schiavi del re i quali non sogliono escire colla ciurmaglia al lavoro se non quando comincia a perdersi la speranza del riscatto, o quando si crede che l'aumento delle fatiche possa farli più solleciti a comperarsi la libertà; nel qual caso, raddoppiano per costoro i lavori penosi, come a dire il far legna sulle montagne, ch'è insopportabile travaglio. Stavami dunque frammischiato con questi schiavi da riscatto: ed essendosi saputo il mio grado di capitano, ad onta che avessi dichiarato ch'io era povero e che dovevo quel posto a mille fatiche, mi collocarono nel numero dei cavalieri e della gente da molto prezzo. Mi posero una catena più per segnale di riscatto che per custodia, e a questo modo io passava la vita tra quegli orrori con molti altri cavalieri, e gente di qualità di cui si teneva certa la liberazione. Quello che più di tutto mi pesava sul cuore non era già la fame o la nudità da cui quasi sempre eravamo tutti travagliati, ma sibbene l'essere testimonio continuamente alle non più vedute e inaudite crudeltà che si esercitavano dal padrone contro i Cristiani. Ogni giorno ne faceva appiccar qualcheduno, un altro impalare, ed un altro tagliar gli orecchi, e tutto ciò per cause di sì lieve momento e così fuor di ragione che dicevano i turchi stessi essere ciò per suo capriccio, e non per altro che per covar anima di fiera a danno del genere umano. La indovinò con costui un solo soldato spagnuolo chiamato Saavedra, il quale benché avesse fatto cose che rimarranno lungamente scolpite nella memoria di quelle genti per riacquistare la sua libertà, non gli diede, né mai dar gli fece un colpo di bastone, né gli disse mai un'aspra parola; anche pel più leggiero de' suoi mancamenti noi avevamo gran timore che lo facesse impalare: timore da cui era colto egli pure. Se il tempo non mancasse io potrei contarvi molte imprese di questo soldato che vi desterebbero maraviglia: ma bisogna pur ch'io continui il mio racconto.

Vi dirò pertanto che le finestre di un ricco Moro riuscivano sopra il cortile della nostra prigione, e potevano (come d'ordinario sono quelle dei Mori) piucché finestre chiamarsi pertugi; tuttavia erano fornite d'inferriate grosse e strettissime. Accadde che un giorno mentre io stava in una loggia della nostra prigione con altri tre compagni esercitandoci a saltare colle catene per ingannare il tempo, ed eravamo soli per essere gli altri Cristiani al lavoro, alzando per caso gli occhi, vidi che sporgeva in fuori da quelle sì strette inferriate una canna, a capo di cui stava legato un pannilino; e la canna dimenavasi e movevasi quasi invitando di andare a pigliarla. Uno dei miei compagni andò a mettersi sotto alla canna per vedere se la calavano, o ciò che ne volessero fare: ma non vi fu appena sotto che la canna venne alzata e mossa da destra a sinistra per modo, come se chi la tenea avesse voluto dire, no, colla testa. Toltosi di là il cristiano, tornò quella ad essere abbassata: ed avendo un altro dei miei compagni fatto lo sperimento medesimo, riuscì come il primo. Si provò un terzo, ma con eguale successo. Vedendo questo volli io pure tentar la mia sorte, e non mi fui collocato appena disotto la canna, che questa fu lasciata cadere e venire ai piedi miei dentro al bagno. Affrettatomi a sciorre il pannilino vi trovai un nodo, dentro cui erano dieci ziani, moneta d'oro basso usata dai Mori ed equivalente a dieci dei nostri reali. Non occorre dirvi quale allegrezza n'abbia io provata; fu sì grande quanto la maraviglia in pensare da chi potesse derivare quel benefizio a me con tanta evidenza specialmente diretto. Presi il denaro, che giugnea molto a proposito; feci in pezzi la canna, me ne ritornai alla loggetta; poi volgendo gli occhi alla finestra, vidi che ne usciva una mano bianchissima che l'aperse e poi la rinchiuse rapidamente. Di qui conoscemmo od almeno immaginammo che da qualche donna che in quella casa viveva, quel benefizio si dovesse da noi riconoscere; ed in segno ch'era da noi aggradito facemmo alquante riverenze alla moresca, piegando la testa, chinando la persona e portando le braccia sul petto. Di lì a poco uscì dalla stessa finestra una piccola croce fatta di canne che tantosto si ritirò. Abbiamo dovuto congetturare a quest'indizio che in quella casa stesse rinchiusa qualche schiava cristiana che avesse voluto a quel modo beneficarci; se non che la bianchezza della mano e le smaniglie ch'erano attortigliate al braccio ci tolsero da tale supposizione immaginandoci in vece ch'essere potesse qualche cristiana rinnegata; ché sogliono elleno essere prese per legittime mogli dai loro padroni, e l'hanno per gran ventura, essendo tenute in maggior conto delle nazionali.

Ma noi andavamo a cogliere ben lungi dal vero; e dopo d'allora nostro unico trattenimento era guardare qual porto di sicurezza la finestra da cui era comparsa la stella di quella canna. Scorsi quindici giorni senza che più comparisse; né la mano, né verun altro segnale; e quantunque durante quell'intervallo di tempo cercassimo con ogni diligenza di sapere chi vivesse in quella casa, e se in essa vi fosse qualche Cristiana rinnegata, non ci venne fatto di scoprire se non che era abitata da un ricco e principalissimo Moro che chiamavasi Agi-Morato, già castellano della Patta, carica molto considerevole appresso quelle genti. Quando noi disperavamo di veder piovere mai più da quel pertugio altri ziani, ci ricomparve inattesa la canna ed altro pannilino attaccatovi con nodo più grosso, in un momento che il bagno era rimasto vuoto come la prima volta. Come allora vi andammo tutti e tre successivamente, restando io l'ultimo di tutti; ma la canna si piegò per me solo. Sciolto il nodo, vi trovai quaranta scudi d'oro spagnuoli ed una lettera scritta in arabo, con una croce nell'alto dello scritto. Baciai la croce, pigliai gli scudi, tornai alla loggetta, facemmo tutti il nostro saluto, ricomparve la mano, ed io diedi segno che avrei letta la lettera, e incontanente si chiuse la finestra. Confuso e lieto restò ognuno di noi per quella inattesa avventura; ma perché nessuno intendeva l'arabo, la difficoltà di trovare chi lo leggesse andava di pari passo col desiderio di poterne conoscere il contenuto. In fine io mi determinai di fidarmi di un rinnegato nativo di Murcia che mi dimostrava una leale amicizia, il quale tenea certificati della sua bontà da tutti i nostri compagni (come sogliono procacciarsi i rinnegati quando hanno intenzione di ritornare fra' Cristiani), ciò che c'impegnava a riporre in lui la nostra fiducia; tanto più che se i Mori gli avessero trovati indosso tali scritti lo avrebbero bruciato vivo. Erami noto che possedeva egli assai bene l'arabo, non solo per parlare ma anche per iscrivere in quell'idioma; tuttavia prima di aprirgli il mio cuore lo pregai che mi leggesse quel foglio facendogli credere di averlo trovato in una buca della mia nicchia.

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L'aprì egli e lo stette guardando per qualche tempo, indi si mise a leggere borbottando fra' denti. Gli domandai se lo intendeva, ed egli mi rispose che lo leggeva molto bene, e che me lo dichiarerebbe parola per parola purché gli dessi penna e carta. Ebbe tosto quanto desiderava, si pose a tradurlo a poco a poco, e disse sul terminar del suo lavoro: — Quanto qui leggerete tradotto è ciò che contiene la lettera parola per parola, avvertendovi che dove sta scritto Lela Marien vuol significare Maria Vergine nostra signora.» Prendemmo il foglio ed era del tenore che segue:

 

«Quando io era bambina mio padre aveva una schiava la quale m'insegnò nella mia lingua il rito cristiano, e molte cose mi disse di Lela Marien. Morì la Cristiana, ed io so che non andò al fuoco, ma con Alà; perché due volte la vidi dopo la sua morte, e mi disse che fuggissi in terra cristiana a vedere Lela Marien che molto mi amava. Io non saprei in che modo andarvi, e da questa finestra ho veduto molti Cristiani, ma nessuno fuori di te mi parve cavaliere. Io son molto bella e ragazza, ed ho molti denari da portar meco; guarda tu di far in maniera che possiamo fuggire. Se ti piacerà tu diverrai mio marito; e, non volendo, non importa, perché Lela Marien me lo troverà. Ciò ti scrivo, ma guarda bene a cui dai a leggere questa carta, né fidarti di Moro alcuno, che tutti sono traditori. Bada che mi dà gran pensiero la segretezza, perché se mio padre giugnesse a scoprire che ti scrivo mi getterebbe in un pozzo, e mi coprirebbe di pietre. Io porrò un filo nella canna, tu attaccavi la risposta, e se non hai chi la scriva in arabo fammelo sapere con contrassegni, che Lela Marien mi concederà la grazia d'intenderti. Essa e Alà ti conservino, e questa croce che bacio e ribacio, avendomi così ordinato la schiava.»

 

Considerate, o signori, se v'era ogni ragione di maravigliarci o rallegrarci del contenuto di questa lettera; e tali infatti furono la gioia e la maraviglia nostra, che il rinnegato s'accorse che quella lettera non era trovata a caso, ma ch'era realmente diretta ad alcuno di noi. Ci chiese dunque che se il suo sospetto non era vano, ci fidassimo di lui e tutto se gli rendesse palese, essendo egli pronto a cimentare la vita per la nostra libertà. Detto questo, cavò dal seno un crocifisso di metallo che teneva nascosto, e spargendo copiose lagrime giurò per lo Dio rappresentato da quell'immagine, in cui egli, tutto che peccatore indegno, bene e fedelmente credeva, di conservarsi leale e segreto in tutto che gli volessimo palesare, sembrandogli che per opera di quella che aveva scritta la lettera avessimo egli e noi tutti a ricuperare la libertà, e così trovarsi egli ancora in possesso di quanto ardentemente bramava, cioè di rimettersi nel grembo della santa Chiesa sua madre, dalla quale come membro infetto stava diviso per sua ignoranza e per suo peccato. Accompagnò il rinnegato con tante lagrime e con segni di gran pentimento le sue proteste, che noi tutti concordemente ci siamo persuasi d'informarlo del fatto, e perciò ogni cosa seppe da noi. Gli mostrammo il finestrino da cui compariva la canna, ed egli notando la casa, ci assicurò che avrebbe fatto in modo di sapere chi vi abitasse. Parve altresì che bisognasse allestire una risposta al biglietto della Mora, il rinnegato scrisse sul fatto ciò che io andava dettando, e furono le parole che ora vi riporterò fedelmente perché nessuno dei punti essenziali di questo avvenimento mi uscì di memoria, né mai mi uscirà finché avrò vita. In conclusione ecco la mia risposta alla Mora:

 

«Il vero Alà ti conservi, signora mia, e quella benedetta Marien ch'è la vera madre di Dio, la quale ti pose in cuore il desiderio di rifuggirti in paese cristiano, portandoti singolare affezione. Pregala tu che si degni di farti sapere in qual modo potrai mandare ad effetto l'opera ch'essa ti comanda; poiché è opera buona: ed ella ti esaudirà senza dubbio. Io mi offro anche per parte di tutti i cristiani compagni di secondare i tuoi desiderî quand'anche dovesse andarne la vita. Non intralasciare di scrivermi e parteciparmi tutto quello che delibererai di fare, ed io ti risponderò sempre con esattezza; che il grande Alà ci ha fatto conoscere uno schiavo cristiano, il quale parla e scrive la tua lingua sì bene, come potrai comprendere da questa lettera: in tal maniera senza verun timore puoi farci sapere ogni tuo desiderio. Ti fo promessa da buon cristiano di prenderti, giunti che saremo come tu accenni in terra cattolica, per mia legittima sposa; e tu sai che i Cristiani meglio che i Mori adempiono le promesse. Alà e Marien sua madre ti custodiscano signora mia.»

 

Scritta e suggellata la lettera, attesi due giorni finché gli schiavi, come al solito, fossero usciti del bagno, e mi recai tosto all'usato terrazzino per vedere se compariva la canna, che in fatti non tardò molto a farsi vedere. Non mi si presentò appena, che senza esaminare chi fosse che la facea comparire mostrai la lettera come per fare intendere che volevo attaccarla al filo pendente dalla canna. Vi legai la mia carta e indi a poco a poco tornò a farsi vedere la nostra stella con la bianca bandiera di pace, il picciolo fazzoletto. Lo lasciò cadere, io lo raccolsi, e sciolto il nodo vi trovai oltre cinquanta accrescimenti di consolazione a me ed a' miei compagni confermandoci di ricuperare la libertà. Tornò in quella notte medesima il nostro rinnegato, e ci riferì di avere saputo che in quella casa abitava il Moro già detto, il quale chiamavasi Agi-Morato, ricchissimo quanto potesse mai dirsi; che aveva una sola figliuola erede dell'intiera sua facoltà; e che per la città correva voce essere essa la più bella fra le donne di Barberia, sì che molti dei viceré che vi arrivavano chiesta l'aveano in moglie, ma ella non avea voluto mai maritarsi; e seppe ancora che ebbe una schiava cristiana la quale da poco era morta. Tutta questa relazione confrontavasi col contenuto della lettera. Ci ponemmo allora a consiglio col rinnegato intorno al modo che era da prescegliersi per trarre la Mora di casa sua e farci tutti suoi compagni nella fuga in terra cristiana; e fu preso il partito di aspettare il secondo scritto di Zoraida, che così si chiamava quella che presentemente vuol essere nominata Maria. Conoscevamo chiaramente che non da altri che da lei partir poteva lo scioglimento delle difficoltà che si opponevano al nostro divisamento. Adottato questo consiglio, ci ripeté il rinnegato di star di buon'animo, perché egli a costo di perdere la vita ci procurerebbe la libertà.

Passarono quattro giorni senza che uscissero gli schiavi dal bagno, il che fu cagione che per altrettanto spazio di tempo non comparisse la canna; a capo dei quali giorni, trovandosi il bagno deserto, comparve il pannilino sì pregno che prometteva un felicissimo parto. Piegossi verso di me direttamente la canna ed il pannilino, e vi trovai un'altra lettera con cento scudi d'oro effettivi. Era presente il rinnegato cui demmo a leggere la lettera, dopo esserci ritirati nella nostra stanza, ed era concepita nei termini seguenti:

 

«Io non so, signor mio, quale partito indicarti per la nostra fuga in Ispagna, né Lela Marien me lo ha fatto sapere ancorché glielo abbia dimandato. Tutto quello che potrò fare si è calar giù da questo mio finestrino una gran quantità di danari in oro. Procura tu con essi il riscatto dei tuoi amici. Uno di loro vada poi in terra di Cristiani, comperi una barca e torni a prendere i suoi compagni, ed io mi troverò nel giardino di mio padre ch'è situato subito fuori della porta di Bab-Azoun presso la marina; donde soglio soggiornare la state intera in compagnia del padre e dei miei servitori. Di notte tempo potrai venire a prendermi con tutta sicurezza e condurmi alla barca; ma bada bene che devi essere mio marito, perché in caso diverso pregherò Marien che ti punisca. Se non hai di chi fidarti che vada a comperare la barca, fa di riscattarti tu stesso, e vattene solo, che ritornerai più avvertitamente e più presto d'ogni altro, essendo cavaliere e cristiano. Procura d'informarti dov'è situato il giardino, e di farmi sapere quando ti trovi solo nel bagno, ed io ti darò molto denaro. Alà ti conservi, signor mio.»

 

Era questo il contenuto della seconda lettera; sentita la quale ognuno si offrì a voler essere riscattato promettendo di andare e ritornare fedelmente; ed io pure mi offersi a tutto questo. Il rinnegato a tutto si oppose, protestando di non voler consentire che uno solo di noi procurasse il proprio riscatto finché non lo avessimo tutti insieme. La sperienza gli aveva insegnato quanto difficilmente i liberati mancassero alla parola data mentre erano schiavi. Soggiunse che già molti altri esempi vi erano di schiavi che dovevano tornare in servigio dei loro compagni, e più non tornarono; perciocché la libertà ricuperata ed il timore di perderla nuovamente, cancellava a tutti dalla memoria qualsivoglia grande obbligo. E raccontò in prova un fatto recente stranissimo, dicendo in conclusione che il danaro disposto pel riscatto del Cristiano dovesse darsi a lui per comperare una barca in Algeri, ciò ch'egli effettuerebbe fingendo di essere mercante che avesse affari in Teutano e in quella costa, dopo di che troverebbe agevolmente modo di farci fuggire tutti dal bagno e di prenderci tutti con lui. Oltre di che disse, se la Mora, come faceva credere, somministrerà il contante pel riscatto di tutti, allora essendo voi liberi potrete imbarcarvi anche di bel mezzogiorno; ed aggiunse la maggiore difficoltà che gli si parava dinanzi essere quella, che i Mori vietano ai rinnegati il posseder barche qualora non sia un gran vascello, temendo che quello che fa l'acquisto (s'è Spagnuolo singolarmente) nol faccia per altro che per rifuggirsi in terre cristiane. Ci assicurò nondimeno che toglierebbe anche questo inciampo, facendo che un Moro di Tanger partecipasse con lui nell'interesse della barca e nel guadagno delle mercanzie, e con questo ripiego verrebbe ad essere padrone della barca, lo che riuscendogli assicurava dell'esito il più fortunato dell'impresa.

Benché a me ed a' compagni miei paresse miglior partito quello d'inviare a Majorca per la compera di essa barca; come consigliato aveva la Mora, non abbiamo nulla ostante osato di contraddirgli, temendo che una nostra opposizione ci scoprisse, e ci mettesse a pericolo di perderci affatto, rendendo anche palese quanto aveva fatto Zoraida per la quale avremmo tutti dato la vita. Ci determinammo perciò di metterci nelle mani di Dio ed in quelle del rinnegato, rispondendo in quello stesso momento a Zoraida che avremmo seguito il suo consiglio avendolo considerato sì buono come se le fosse venuto da Lela Marien, e che dipendeva da lei sola il ritardo o la celerità dell'esecuzione del nostro tentativo. Mi offersi nuovamente di esserle sposo; e dopo tutto questo un altro giorno in cui era nel bagno l'usata solitudine, in più riprese col mezzo della canna e del pannilino ci fece essa arrivare duemila scudi in oro ed una lettera in cui diceva che al primo sciuma (che è il giorno di venerdì) sarebbesi recata al giardino di suo padre, e che innanzi alla nostra fuga ci avrebbe somministrati altri danari; aggiungendo che se non bastassero ancora, glielo facessimo sapere che essa ci avrebbe forniti di quanto le avessimo chiesto, come colei che teneva la chiave del tesoro di suo padre, sì grande che, per quanto ella ne levasse non sarebbe mai possibile avvedersene. Ebbe tantosto il rinnegato da noi cinquecento scudi per comperar la barca: ottocento servirono pel mio riscatto, dando il danaro ad un mercante di Valenza che trovavasi allora in Algeri, ed il quale mi comperò dal re, guarentendo sulla sua persona che col primo vascello procedente da Valenza sarebbe pagato il mio riscatto. Così fu mestieri di regolarsi perché se avesse sborsato il danaro sul fatto, avrebbe destato nel re il sospetto che già da molto tempo fosse stato in Algeri l'occorrente per liberarmi, e che il mercante lo avesse trattenuto per qualche suo fine. Era infatti sì cavilloso il mio padrone, che non mi avventurai ad alcun patto di fare così tosto lo sborso. Il giorno innanzi al venerdì in cui la bella Zoraida doveva recarsi al giardino, ci diede altri mille scudi, e c'informò della sua partenza, pregandomi che, seguìto il riscatto mio, m'istruissi della situazione del giardino di suo padre, e cercassi ad ogni modo l'occasione di vederla. Le risposi brevemente che farei quanto essa mi ordinava, e che ci raccomandasse tutti a Lela Marien con le orazioni che la schiava le avea insegnate: fatto ciò, si pose ordine al riscatto dei tre nostri compagni per agevolare la fuga dal bagno, ed anche per ovviare che non vedendosi liberati, mentre io già lo era, o mormorassero o fossero consigliati dal maligno spirito a qualche atto pregiudizievole a Zoraida. Tuttoché a liberarmi da ogni timore bastasse la piena cognizione delle loro qualità, non volli avventurare in modo alcuno la buona riuscita di sì grande affare, e quindi li feci riscattare colla stessa cautela usata pel conto mio; consegnando al mercante la somma occorrente perché con cuore sicuro offrire potesse la necessaria sua guarentigia. Nulla però abbiamo scoperto a lui del nostro segreto, perché troppo grande era il pericolo che ne poteva provenire.

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