DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LI

 

 

RACCONTASI LA QUISTIONE CH'EBBE DON CHISCIOTTE COL CAPRAIO E LA RARA VENTURA DEI DISCIPLINANTI, DA LUI POSTA A TERMINE CON FORTUNATO SUCCESSO, MA CON NON POCA FATICA.

 

La novella del capraio piacque ad ognuno che lo udì, e specialmente al canonico; il quale con istraordinaria attenzione notando lo stile e parendogli degno di qualsivoglia uomo di Corte, si persuase di quello che gli aveva detto il curato, che anche le montagne producono uomini addottrinati. Tutti fecero mille offerte ad Eugenio, ma quello che più di ogni altro si mostrò liberale fu don Chisciotte, che gli disse:

— Tenete per certo, fratello capraio, che se io mi trovassi nella possibilità di dar opera a qualche avventura, mi porrei subito in cammino per farvi cosa gradita, e trarrei di monistero (dove senza dubbio sarà contro sua voglia) Leandra a dispetto dell'abbadessa, e di quanti volessero oppormisi. Io la metterei alla vostra intera disposizione, ma a patto che eseguiste fedelmente le leggi della cavalleria, le quali comandano che a niuna donzella si faccia torto; spero per altro in Dio che non avrà sì gran possa la forza di un incantatore maligno da estendersi oltre il confine di ciò che far potrebbe un meglio intenzionato incantatore, e frattanto vi lascio nella fiducia di ottenere la mia protezione ed il mio aiuto, com'è debito della professione mia, il cui scopo è sempre di prestar favore ai bisognosi e agli oppressi.»

Lo mirò il capraio, e scorgendolo sì malvestito e di sì brutta guardatura ne fece tra sé le meraviglie, e disse al barbiere che gli era vicino:

— Signore, e chi è quest'uomo di figura sì stravagante che usa di questo linguaggio?

— E chi può esser egli, rispose il barbiere, se non il famosissimo don Chisciotte della Mancia, il disfacitore di ogni ingiustizia, il raddrizzatore di torti, il rifugio delle donzelle, lo spavento dei giganti, il trionfatore delle battaglie?

— A vostro dire, rispose il capraio, costui si assomiglia a quelli che son descritti nei libri dei cavalieri erranti: ma io porto opinione o che voi, mio signore, burliate, o che questo gentiluomo abbia molto guasto il cervello.

— Tu sì che sarai un insolente furfante, soggiunse subito don Chisciotte, tu sarai il pazzo, l'insensato, non io che ho più giudizio di quella sozza di madre che ti ha partorito.»

E in ciò dire tutto infuriato e sbuffante, dato di piglio ad un pane che aveva dinanzi, lo scagliò con tanta rabbia sulla faccia al capraio che gli ammaccò tutto il naso. Egli, che non era uomo da prendersi a giuoco, vedendosi maltrattato da senno, senza riguardo alcuno o al tappeto o alla tovaglia o agli altri commensali, saltò addosso a don Chisciotte con furia, e strettogli il collo con ambe le mani, lo avrebbe sicuramente soffocato se Sancio Pancia non fosse sopraggiunto in quell'istante, e assaltando il capraio di dietro alle spalle non lo avesse rovesciato sulla mensa con grande rovinìo di piatti e di bicchieri, e di quant'altro vi si trovava. Don Chisciotte, che si vide libero, gli si avventò contro, e il povero uomo già tutto insanguinato nel viso e pesto per le percosse di Sancio, andava carpone per ritrovare qualche coltello di tavola e fare una sanguinosa vendetta.

Il canonico ed il curato si frapposero, ma il barbiere fece in modo che il capraio poté mettersi sotto don Chisciotte, sul quale diluviarono allora tanti sgrugnoni che la faccia del povero cavaliere era tutta inondata di sangue, non meno che quella del suo avversario. Scoppiavano dalle risa il canonico ed il curato, e gli sgherri saltavano per lo contento, ed aizzavano l'uno contro l'altro come si fa dei cani quando sono alle prese. Il solo Sancio Pancia vedevasi alla disperazione non potendo svincolarsi da due servitori del canonico che gl'impedivano di aiutare il padrone.

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Infine mentre stavano tutti in festa, ad eccezione dei due combattenti che l'uno l'altro si macinavano assai, si udì un suono di tromba sì lugubre che ognuno si rivolse alla parte donde sembrava che il suono movesse. Quello che più degli altri ebbe a turbarsi fu don Chisciotte, il quale benché stesse tuttavia sotto il capraio, e si ritrovasse più che mezzanamente pesto, disse:

— Fratello diavolo, che altro non puoi essere avendo avuto tanta vigoria da superare le mie forze, priegoti che facciamo tregua per un'ora e non più perché il funesto rimbombo di quella tromba che ai nostri orecchi risuona sembra che m'inviti a qualche nuova avventura.»

Il capraio che già era stanco di ammaccare e di essere ammaccato, lo lasciò tosto, e don Chisciotte balzò in piedi, e volgendo la faccia donde il rumore procedeva, vide che discendevano da un pendìo molti uomini vestiti di bianco al modo dei Disciplinanti.

Aveva il Cielo negata ai terreni la necessaria rugiada, e perciò in ogni luogo di quei contorni si facevano processioni, preghiere e discipline, domandando al Signore che concedesse pietosamente la pioggia, e a tale effetto la gente di un vicino paese recavasi processionalmente ad un devoto romitaggio, che in una collina fra quelle valli era posto.

Don Chisciotte che vide gli abiti stravaganti, dimenticò di averli tante e tant'altre volte avuti sott'occhio, s'immaginò che fosse qualche avventura, e subito si credette obbligato a provocarla, come cavaliere errante. Lo confermò di più in questa sua fantasia un'immagine che portavano vestita a bruno, e che egli sognò poter essere una qualche nobile matrona, condotta per forza da indegni e arditi malandrini. Corse dunque al suo Ronzinante che stava al pascolo, e in un batter di occhi lo infrenò, domandò la sua lancia a Sancio, montò a cavallo, imbracciò il suo scudo, e disse ad alta voce ai circostanti:

— Ora, valorosi compagni miei, vedrete quanto importi che abbianvi al mondo cavalieri che professino l'ordine della errante cavalleria: ora, dico, vedrete posta in libertà quella buona signora che costoro conducono prigioniera, e conoscerete in qual conto tener si debbano gli erranti cavalieri.»

Nel dir questo diede delle calcagna ai fianchi di Ronzinante (mancando egli di sproni), e a pien galoppo (ché non leggesi in tutta questa vera istoria che Ronzinante fosse mai corso a carriera aperta) andò ad incontrare i Disciplinanti.

Tentarono il curato, il canonico ed il barbiere di trattenerlo, ma inutilmente, né valsero a farlo tornare addietro le voci che dava Sancio, esclamando:

— Dove va ella, signor don Chisciotte? Che diavolo tiene ella nel corpo che la muove ad offesa della nostra fede cattolica? Guardi bene (oh povero me!) che quella è una processione di Disciplinanti, e che la signora che portano sulla barella, è l'immagine della benedetta Vergine addolorata: guardi bene a quello che fa, signor don Chisciotte, che prende dei granchi a secco.»

Inutilmente si affaticava Sancio perché il suo padrone andava già risoluto per raggiungere la processione e liberare la signora vestita a bruno. Egli non udiva parola alcuna; e se pure la avesse udita non sarebbe retrocesso quando anche glielo avesse comandato il re. Raggiunta la processione, trattenne il suo Ronzinante, che avea già voglia di riposarsi, e con rauca e turbata voce si fece a sclamare:

— O voi, che non dovete essere certo genti dabbene poiché tenete i volti coperti fermatevi ed ascoltate quello che vi voglio dire.»

I primi a fermarsi furono quelli che portavano la immagine santa; e intanto uno di quei chierici che cantavano le litanie, vedendo lo strano arnese di don Chisciotte, la magrezza di Ronzinante ed ogni suo atto sì proprio a movere o alle risa o al dispetto, gli rispose dicendo:

— Signor fratello, se qualche cosa ci ha a dire, dicalo presto perché i miei fratelli vanno macerando le carni colle discipline, e noi non possiamo né dobbiamo fermarci ad ascoltar le sue ciarle quando non siano tanto brevi da essere proferite in un fiato.

— Le proferirò in un fiato, replicò don Chisciotte, ed eccovi tutto: lasciate andare libera sul fatto quella signora le cui lagrime e il cui mesto sembiante dànno chiara mostra che la conduciate contro sua voglia, e che fatto le abbiate qualche notabile torto; perocché non consentirò mai che alcuno di voi muova un passo più innanzi senza porre la dama nella libertà ch'ella merita.»

A tali parole avvisandosi tutti che don Chisciotte dovesse essere qualche pazzo, cominciarono a ridere e a farne beffe; ma ciò mise il colmo alla sua furia e senz'aggiunger una sola parola trasse la spada, e si diresse alla volta della barella. Uno di quelli che la portavano, lasciando il peso ai compagni, andò incontro a don Chisciotte inalberando una forcina, o bastone forcuto, che serviva di sostegno a quel peso quando di tratto in tratto fermavansi a riposare; ma ricevendo un gran colpo che gli avventò don Chisciotte fu il bastone spezzato in due parti. Allora col tronco che gli restò in mano il Disciplinante aggiustò sì gran colpo alla spalla del cavaliere errante dal lato della spada, che non potendo difendersi colla targa contro la forza villana stramazzò mezzo rovinato.

Sancio Pancia, tutto ansante venne a raggiungerlo e vedendolo in terra gridò al suo offensore che non lo colpisse di più, essendo un povero cavaliere incantato che non avea fatto male ad alcuno in tutto il tempo di vita sua. Ciò che trattenne il Disciplinante non fu però lo schiamazzo di Sancio, ma il vedere che don Chisciotte non moveva più piede né mano. Già tutti credevano che fosse morto, sicché legossi presto la veste alla cintola, e si diede a fuggire per la campagna come un daino.

A questo punto arrivarono tutti gli altri della compagnia di don Chisciotte, ed allora i Disciplinanti che formata avean la processione e che li videro venir correndo e con seco gli sgherri coi loro archibusi, si fecero dattorno alla carretta, ed alzati i cappucci ed impugnate le discipline, i chierici coi candelieri stavano pronti a schermirsi dall'assalto, e decisi di tenersi sulla difesa od anche di offendere, potendo i loro aggressori; se non che la fortuna condusse l'affare impensatamente a buon termine.

Il curato fu conosciuto da un altro curato ch'era nella processione, e questa reciproca riconoscenza portò la calma dei due timorosi agitati squadroni. Il primo curato dié conto al secondo in due parole dell'umore di don Chisciotte, ed allora l'altro e con lui tutta la turba dei Disciplinanti passarono a vedere se il povero cavaliere fosse realmente morto. Sancio intanto nella sua disperazione era venuto a gettarsi sul corpo del suo padrone, e credendolo egli pure spacciato, prorompeva nel più dolente e insieme ridicolo pianto del mondo. Standogli sopra tutto scompigliato, così cominciò il suo lamento:

— Ah fiore della cavalleria, che da una bastonata sola vedesti rompere il corso dei tuoi anni bene impiegati! ah decoro della tua stirpe, onore e gloria di tutta la Mancia ed anche di tutto il mondo, che ormai privo di te per la tua morte resterà pieno di malfattori senza timore di essere castigati delle loro furfanterie! ah generoso più di tutti gli Alessandri, che per soli otto mesi di servitù mi avevi donata l'isola più grande che si trovi bagnata e circondata dal mare! ah umile coi superbi e arrogante cogli umili, affrontatore di pericoli, sopportatore di affronti, innamorato senza avere chi amassi, imitatore dei buoni, flagello dei tristi, nemico dei gaglioffi! oh in fine, cavaliere errante, che è tutto quello che si può umanamente dire!...»

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A questi gemiti di Sancio, don Chisciotte si riscosse un poco e la prima parola che gli uscì di bocca fu questa:

— Quegli che da voi vive assente, dolcissima Dulcinea, si trova soggetto a miserie anche maggiori di queste. Aiutami, amico Sancio, a mettermi sopra il carro incantato ché non mi trovo più in grado di stringermi sulla sella di Ronzinante, poiché ho questa spalla tutta sconquassata.

— Lo farò volentieri, signor mio, rispose Sancio, e torneremo al nostro paese in compagnia di questi signori, i quali vogliono il vostro bene: giunti a casa disporremo in buona regola ogni cosa per poi uscire un'altra volta in campagna, e tenteremo nuove imprese che ci apportino maggior profitto con più credito e più fama.

— Saviamente parli, rispose don Chisciotte; sarà prudente così attendere che cessi il maligno influsso di stelle che ora predomina.»

Il canonico ed il curato fecero eco alle sue risoluzioni, ed essendosi eglino pigliato grande spasso della semplicità di Sancio, posero don Chisciotte nel carro come prima era venuto. La processione tornò a riordinarsi, e seguitò il suo viaggio; il capraio tolse licenza da tutti; la sbirraglia non volle andar più oltre; il curato pagò agli sgherri quanto era loro dovuto: ed il canonico pregò il curato che lo tenesse avvertito se don Chisciotte fosse per guarire dalle sue pazzie o vi persistesse, e con questo si licenziò per proseguire il suo viaggio. Infine si separarono tutti e andarono ai loro luoghi, restando soli il curato, il barbiere, don Chisciotte, Sancio Pancia, e il buon Ronzinante, che tutto sofferiva colla tolleranza del suo padrone. Il carradore attaccò i buoi, e adagiò don Chisciotte sopra un fascio di fieno, e coll'usata lentezza continuò il cammino che indicava il curato, ed a capo di sei giorni pervennero al villaggio di don Chisciotte dove entrarono di bel mezzogiorno.

Era una domenica ed in quell'ora trovavasi piena di gente la piazza per mezzo alla quale lentamente passò il carro. Traevano tutti a vedere che cosa vi fosse in così stravagante arnese, e restarono maravigliati nello scorgervi il loro compatriota; un ragazzo corse frettoloso a informare la serva e la nipote, che il loro zio e padrone se ne tornava magro, macilente, giallo e disteso sopra un mucchio di fieno in un carro tirato dai buoi. Fu cosa molto degna di compassione l'udire le grida che alzarono quelle buone donne, e le maledizioni che scagliarono contro quei detestabili libri di cavalleria, mentre per gran dolore si ripercuotevano la faccia: e tutto questo si rinnovò al rientrar che fece in casa sua don Chisciotte.

Alla novella diffusasi di questo ritorno accorse anche la moglie di Sancio Pancia, la quale sapeva bene che il marito era al servizio di don Chisciotte in qualità di scudiere. Appena vide Sancio, la prima cosa che gli chiese si fu se l'asino stesse bene, e Sancio le rispose che si portava meglio del suo padrone.

— Ringrazio il Signore, soggiuns'ella, che tanto bene mi ha fatto: ora ditemi di grazia, buon amico, che cosa avete portato dalle vostre scorrerie? Che zimarra avete comperato da regalarmi? Dove sono le scarpettine per i vostri figliuoli?

— Nulla di tutto questo, moglie mia cara, disse Sancio, ma ti ho portato cose di molto maggiore importanza e utilità.

— Oh questo sì mi piace, soggiunse la moglie: ora fa presto ch'io vegga queste cose d'importanza e di molta utilità, amico mio che rallegrerò questo mio cuore afflitto e sconsolato per tanti secoli della tua lontananza.

— Te le mostrerò a casa, moglie mia, disse Sancio, e contentati per adesso. Se a Dio piace che usciamo un'altra volta in campagna a cercare avventure, tu ben presto mi vedrai conte o governatore di un'isola, e non già di quelle da pochi soldi, ma delle migliori che si possano trovare in Terraferma.

— Lo voglia pure la Provvidenza, disse la moglie, ché ne abbiamo estremo bisogno; ma informami che cosa vogliono dire queste isole ch'io non m'intendo.

— Il mele non è fatto per la bocca dell'asino, rispose Sancio, ma tu lo vedrai a suo tempo, e resterai maravigliata a sentirti dare della signoria per la testa da tutti i tuoi vassalli.

— Ch'è ciò che tu di' dunque, Sancio mio, di signorie, di isole, di vassalli? replicò Giovanna Pancia; ché quest'era il cognome della moglie di Sancio, non perché gli fosse parente, ma perché usano nella Mancia le mogli portare il cognome dei loro mariti.

— Non t'affannare, Giovanna cara, a voler conoscere tante cose in un fiato; e ti basti sapere che ti dico la verità, e cuciti la bocca. Così alla sfuggita ti dirò al più, che non vi è al mondo maggiore diletto dell'essere scudiere di un cavaliere errante che vada cercando avventure; è vero che la maggior parte di queste non riescono come si vorrebbe: perché, di cento le novantanove vanno a finire a rovescio, ed io lo so per mia particolare sperienza, essendo stato una volta per causa delle venture sbalzato per aria con una coperta, ed altra volta molto ben bastonato: nulladimeno è una bella cosa aspettar le buone fortune, attraversare montagne, penetrare nelle foreste, calpestare i precipizî, visitare castelli, alloggiare in osterie senza pagare un solo maravedis.»

Passavano questi discorsi tra Sancio Pancia e Giovanna sua moglie nel tempo che la serva e la nipote accolsero don Chisciotte.

Lo spogliarono, e fecero che si coricasse nell'antico suo letto. Le guardava egli cogli occhi spaventati, né giugneva mai a concepire dove allora si trovasse. Il curato pregò la nipote di attender quanto potesse a compiacere lo zio e di rendersegli accetta, e che stesse bene all'erta che un'altra volta non iscappasse, narrando per disteso quanto era costato il ricondurlo a casa sua. Fu a questo punto che le donne alzarono di nuovo le grida al cielo, e rinnovarono le maledizioni contro i libri di cavalleria, pregando di cuore Iddio che piombare facesse pel centro dell'abisso gli autori di tante menzogne e di tanti spropositi

Finalmente restarono confuse e con gran timore di vedere lo zio ed il padrone, tostoché fosse migliorato un poco, alla stessa condizione di prima: ed avvenne appunto quello che si aspettavano.

Ma l'autore di questa istoria, ad onta che con diligenza abbia cercato di raccogliere le imprese fatte da don Chisciotte nella sua terza peregrinazione, non poté conseguire il suo intento, almeno con prove di autentici scritti, e restò unicamente registrato dalla fama negli annali della Mancia che la terza volta che partì don Chisciotte di casa sua se n'andò a Saragozza, dove si trovò presente ad una famosa giostra fattasi in quella città, e che ivi seguirono cose degne del suo valore e del suo singolare intelletto.

Non poteva poi saperne il fine, né gli sarebbe mai più venuto a notizia se la buona sorte non gli avesse fatto conoscere un vecchio medico che possedeva una cassetta di piombo; trovata, a quanto diss'egli, tra le rovine di un antico eremitaggio che si andava restaurando.

Erano in questa cassetta alcune pergamene scritte con lettere gotiche in versi castigliani, le quali contenevano molte prodezze di don Chisciotte, e davan notizia della bellezza di Dulcinea del Toboso, della figura di Ronzinante, della fedeltà di Sancio Pancia e della sepoltura del medesimo don Chisciotte, con diversi epitaffi ed elogi della sua vita e costumi. Quelli che si sono potuti leggere e mettere in netto furono gli appiedi registrati dal fide-degno compilatore di sì nuova e inaudita istoria. Ora l'autore non dimanda ai suoi lettori in premio dell'immenso lavoro che gli costò l'investigazione e gli esami in tutti gli archivii manceghi, se non che quanto egli manda alla luce ottenga lo stesso credito che sogliono concedere le discrete persone ai libri di cavalleria, i quali vanno pel mondo con tanta alta riputazione. Egli si terrà, ciò concesso, per soddisfatto e contento, prenderà coraggio nel far sbucar fuori altri documenti, se non tanto veridici, almeno di altrettanto merito nella invenzione e di gratissimo passatempo.

Le prime parole che si leggevano nelle pergamene trovate nella cassetta di piombo erano le seguenti:

 

GLI ACCADEMICI DELL'ARGAMASSIGLIA PAESE DELLA MANCIA
IN VITA E IN MORTE
DEL VALOROSO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA
HOC SCRIPSERUNT.

———

IL MONICONGO, ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA
SULLA SEPOLTURA DI DON CHISCIOTTE.

SONETTO.

L'Arcitonante, che di spoglie ornata
La Mancia fe' più che Giasone Creta:
Il gran senno, che giunse a eccelsa meta
Dovunque terra e cielo si dilata;
Del braccio il nerbo, la cui fama è stata
Celebre dal Catai fino a Gaëta;
La più terribil musa e più faceta,
Che fosse a scolpir versi in bronzo usata:
Colui che dietro si lasciò Amadigi,
Che a Galaor poco discosto giacque
Da sua bravura e dall'amor condotto;
Colui che scordar fece i Belianigi,
E a cui su Ronzinante errar già piacque,
A questa fredda lapide sta sotto.

———

 

DEL CAPRICCIO
DISCRETISSIMO ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA
IN LODE DI RONZINANTE
CAVALLO DI DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.

SONETTO.

Sovra il superbo trono adamantino,
Che con piede di sangue calca Marte
Della Mancia l'eroe l'insegne ha sparte
Del tuo vessil con sforzo peregrino.
Quivi l'usbergo appende e il brando fine,
Con cui fiere, sconquassa, frange, parte:
Nuove prodezze: ond'è, che duopo ha l'arte
Di nuovo stile a ornar tal paladino.
Se del grande Amadigi è Gaula altera,
Per la cui stirpe forte in pugne cento
Trionfò Grecia e alzò sì chiaro il grido,
Oggi nel tempio, ove Bellona impera,
Chisciotte ha un serto, e va per lui contento,
Più che la Grecia o Gaula, il suo bel nido.
Di lui qual gente tacerà, qual lido?
Fin Ronzinante suo fu sì gagliardo,
Che Brigliadoro superò e Baiardo.

 

DEL PANIGUADO, ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA
IN LAUDEM DULCINEAE DEL TOBOSO.

SONETTO.

Questa, che miri con guance pienotte,
Con sen ricolmo e in atto sì gioioso,
è Dulcinea reina del Toboso.
Di cui fu innamorato il gran Chisciotte.
Cento scòrse per lei boscaglie e grotte
Della gran Sierra Negra, e del famoso
Montiel d'Aranjuez fino al piano erboso,
Onde n'ebbe talor le piante rotte,
Colpa di Ronzinante. Oh dura stella,
Che di Mancia la dama, e quest'invitto
Pro' cavaliere n'hai tolto in sì verd'anni!
Ella cessò, morendo, d'esser bella,
Ed ei d'Amor, come ne' marmi è scritto,
Male scansar poteo l'ire e gl'inganni.

————

DEL BURLATORE, ACCADEMICO ARGAMASSIGLIESE,
A SANCIO PANCIA.

SONETTO.

Sancio Pancia è costui (strano portento!)
Grande il valor, picciol di corpo e corto,
Il più ingenuo scudiero, e il meno accorto,
Che avesse il mondo: il giuro e non men pento.
Ch'e' fusse conte mancovvi un momento,
Colpa del secol niquitoso e torto,
Che a lui negò maligno un tal conforto,
E nemmen perdonolla al suo giumento.
Sovr'esso ei giva (vel soffrite in pace)
Docil scudier seguendo il mansueto
Cavallo Ronzinante, ed il suo sire.
O speranza degli uomini fallace,
Che in pria promettere suole un viver cheto,
Poi 'n ombra, in fumo, in sogno usa svanire!

———

DEL CACCIADIAVOLO, ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA,
ALLA SEPOLTURA DI DON CHISCIOTTE.

EPITAFFIO.

Qui sen giace il cavaliero,
Che malconcio e mal errante
Corse in groppa a Ronzinante
Ora questo, or quel sentiero.
Sancio Pancia, non sincero,
Qui pur giace ad esso a canto
Ch'ebbe almen fra tutti il vanto
Del più fido e buon scudiero.

——

 

DEL TICHETOCCHE, ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA.
ALLA SEPOLTURA DI DULCINEA DEL TOBOSO.

EPITAFFIO.

Dulcinea qui sta tranquilla,
Che di carne ancorché onusta,
Morte barbara ed ingiusta
Alfin colse e incenerilla.
Sua prosapia illustre brilla;
Dama apparve nel sembiante;
Di Chisciotte fu l'amante,
E l'onor della sua villa.

 

Furon questi i versi che si poterono leggere; gli altri vennero affidati ad un accademico affinché li spiegasse per conghiettura, perché tutte le lettere erano rosicchiate dal tarlo. Si vuole che vi sia riuscito, ma a prezzo di molte vigilie e di grande diligenza, e che abbia in animo di mandarli alla luce.

Se si avvererà la terza peregrinazione di don Chisciotte:

Fors'altri canterà con miglior plettro.

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FINE DEL PRIMO VOLUME.


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