DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LX

DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA,

CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.

 

Don Chisciotte si trattenne con Rocco tre giorni e tre notti: e avrebbe dato di che osservare ed ammirare nel tenore del suo vivere se dimorato fosse con lui trecento anni. Trovavansi di bel mattino in un luogo, e all'ora del desinare in altro; talvolta fuggivano senza sapere da chi, o aspettavano tal'altro senza sapere chi. Dormivano sempre ritti, interrompendo il sonno per cambiarsi da un luogo all'altro, ed occupandosi di continuo nel metter spie, nel tenere sentinelle in ascolto, nel soffiare nelle micce degli archibusi, sebbene ne avessero pochi, perché per lo più si servivano di pistoletti. Rocco passava la notte appartato da' suoi ed in luoghi a tutti gli altri ignoti, mentre i molti bandi pubblicati dal viceré di Barcellona contro la sua vita lo rendevano timoroso ed inquieto a segno di non fidarsi di chicchessia, e temeva sempre che i suoi stessi compagni o gli togliessero la vita, o lo dessero in potere della giustizia: vita veramente miserabile ed affannosa! In fine, per istrade inusitate, per tragitti e sentieri coperti partirono Rocco, don Chisciotte e Sancio con sei scudieri alla volta di Barcellona, e pervennero nel suo circuito la notte della vigilia di san Giovanni Battista. Rocco, abbracciati don Chisciotte e Sancio, a cui consegnò i dieci scudi, prima promessi, ma sino allora non isborsati, li lasciò con mille offerte che gli vennero dagli altri due ricambiate, poi tornò addietro e, don Chisciotte, a cavallo come stava, si fece ad attendere il giorno.

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Non tardò molto a scoprire la faccia dai balconi dell'Oriente la bianca Aurora, l'erbe rallegrando ed i fiori, in vece di rallegrare gli orecchi; ma gioirono ben presto anche questi del suono dei molti pifferi, dello strepito dei tamburi, del rumore dei sonagli e d'un frastuono di voci che gridavano: «Fuora, fuora, scappa, scappa:» ed erano voci di corrieri provenienti dalla città. L'aurora diede tempo al sole che con la faccia poco più grande di una rotella andasse a poco a poco sorgendo dal più basso orizzonte, e don Chisciotte e Sancio volsero lo sguardo per ogni dove, e videro il mare fino a quel punto da essi non mai veduto, e sembrò loro spaziosissimo e lungo assai più delle lagune di Ruidera che conoscevano nella Mancia. Si presentarono ai loro sguardi le galere che trovavansi sulla rada, le quali abbassando le tende lasciavano apparire e banderuole e stendardi che tremolavano all'aria e baciavano e rompevano l'acqua; e dal di dentro di esse usciva il suono dei clarinetti, dei pifferi e delle trombe, che da vicino e da lungi risuonavano di accenti soavi e bellicosi. Cominciavano le galere a muoversi ed a fare una specie di scaramuccia per le placide acque, godendo al punto medesimo di una tal quale corrispondenza per mezzo degl'infiniti cavalieri che sopra pomposi cavalli e con isfarzo grande di livree uscivano dalla città. I soldati delle galere sparavano infiniti pezzi di artiglieria, e vi rispondevano quelli che stavan sulle muraglie e sui forti; e l'artiglieria grossa rompeva l'aere con ispaventevole fracasso, facendo tuonare nelle galere i cannoni di corsia. Il mare allegro, gioconda la terra, sereno il cielo e reso torbido unicamente dal fumo delle artiglierie, sembrava che tutto ciò infondesse un subito indicibile piacere in ogni ordine di persone. Sancio, sbalordito di tutto, non sapeva spezialmente immaginare come mai potessero avere tanti piedi quei massi che pel mare si movevano.

In tanto quelli delle livree correndo con grida moresche e barbariche, giunsero là dove trovavasi don Chisciotte tutto attonito: ed uno, ch'era stato prevenuto da Rocco Ghinart, disse a don Chisciotte con alta voce:

— Sia il ben venuto alla città nostra lo specchio, il fanale, la stella, la tramontana e la guida di tutta l'errante cavalleria che si trova al mondo: ben venuto sia, lo ripeto, il valoroso don Chisciotte della Mancia; non già il falso, il fittizio, l'apocrifo che in questi giorni da adulterate istorie ci venne mostrato, ma il veridico, il legittimo, il fedele che ci ha descritto Cide Hamete Ben-Engeli, fiore dei veri storici.»

Non rispose parola don Chisciotte, né i cavalieri aspettarono che la dicesse, ma volgendo il cammino e confondendosi cogli altri che li seguivano, cominciarono a far giravolte intorno a don Chisciotte, il quale allora, guardando Sancio, disse:

— Noi siamo stati conosciuti intimamente da cotestoro, e giuocherei quanto ho al mondo che hanno letto la nostra istoria e quella ancora dell'Aragonese poco fa stampata.»

Ritornò di nuovo il cavaliere che parlato avea a don Chisciotte, e si fece a dirgli:

«Venga con noi la signoria vostra, signor don Chisciotte, venga in nostra compagnia, che noi siamo suoi servidori, come siamo grandi amici di Rocco Ghinart.»

Don Chisciotte rispose:

— Se cortesia nasce da cortesia, la vostra signor cavaliere, è figlia o parente molto stretta di quella del gran Rocco: guidatemi dove meglio vi torna, che io mi uniformerò al voler vostro e con maggiore soddisfazione ancora se m'impiegherete a servirvi.»

Con espressioni non meno di queste obbliganti rispose il cavaliere, e serrandolo tutti nel mezzo, al suono dei pifferi ed allo strepito dei tamburi, si avviarono verso la città. All'entrarvi, i ragazzi, che sono più cattivi della stessa cattiveria, fecero che due di loro, arditelli e rompicolli, senza riguardo alcuno si cacciassero tra la folla, e alzando la coda del leardo e quella di Ronzinante ficcassero, sotto ad ognuna delle bestie, un mazzo di lappole. I poveri animali che sentivano i nuovi sproni, stringevano le code, ma ciò non faceva che accrescere in loro il pizzicore, in maniera che dando mille corvette fecero strammazzare i loro padroni. Don Chisciotte, tutto svergognato e affrontato andò a levare il pennacchio dalla coda della sua rozza, e Sancio l'altro del suo leardo. Volevano i compagni di don Chisciotte gastigare i ragazzi della sfacciataggine loro, ma non fu possibile, poiché si frammischiarono con mille che li seguitavano.

Tornarono alle loro cavalcature don Chisciotte e Sancio, e coll'applauso medesimo e colla musica stessa giunsero alla casa della loro guida; casa grande e maestosa, propria insomma di un ricco cavaliere. In questa casa li lasceremo per adesso, così prescrivendoci Cide Hamete.


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