DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LXIII

DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA
A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.

 

La moglie di don Antonio, per quanto ci narra la storia, mostrò gran contentezza in ricevere Anna Felice in casa sua, e quindi l'accolse con infinita cortesia, invaghita di quella bellezza e di quella saggezza delle quali era la moresca fornita a dovizia, di maniera che la gente della città, come a suono di campana, recavasi a vederla. Disse don Chisciotte a don Antonio, che il partito preso per ritornare a don Gregorio la libertà non lo trovava buono, avendo più del pericoloso che del conveniente, e che il meglio sarebbe stato che avessero fatto sbarcare lui stesso in Barberia colle sue armi e col suo Ronzinante, ch'egli tratto ne lo avrebbe a dispetto di tutta la Morea, come fatto aveva don Gaiféro della sposa sua Melisendra.

— Si ricordi la signoria vostra, disse Sancio, udendo questa offerta, che il signor don Gaiféro cavò la sua sposa da terraferma e la portò in Francia per terraferma, ma nel caso presente, riuscendo anche di liberare don Gregorio, non sapremmo come condurlo in Ispagna, essendovi il mare di mezzo.

— A tutto si rimedia dalla morte in fuori, don Chisciotte rispose; mentre giunto che fosse l'imbarco alla marina, noi potremmo entrarvi se anche tutto il mondo ce lo impedisse.

— Vossignoria fa tutto agevole e si dipinge ogni cosa bella e compiuta, replicò Sancio, ma dal detto al fatto corre un gran tratto, ed io mi attengo al consiglio del rinnegato che mi è parso uomo dabbene e di assai buone viscere.»

Disse don Antonio che se male riuscisse al rinnegato il progetto, prenderebbesi allora lo spediente di far passare in Barberia il gran don Chisciotte. Partì il rinnegato, dopo due giorni, in una barca leggera di sei remi per parte, armato di ciurma valentissima, e dopo due altri giorni fecero vela le galere per levante, chiesto essendosi dal generale al viceré che gli piacesse informarlo di ciò che fosse per avvenire intorno alla liberazione di don Gregorio ed al successo di Anna Felice; ed il viceré promise di compiacerlo.

Trovandosi un dì don Chisciotte al passeggio sulla spiaggia, armato di tutto punto (perché, come sempre diceva, erano le armi l'ornamento suo, e suo riposo il combattere, né senz'arme poteva vivere un momento), vide venire alla sua volta un cavaliere per tutto armato, il quale portava dipinta nello scudo una luna risplendente. Fattosi questi da vicino tanto da poter essere inteso, e rivolgendosi a don Chisciotte, disse con sonora voce:

— Insigne cavaliere e non mai abbastanza lodato don Chisciotte della Mancia, io sono il cavaliere dalla Bianca Luna, il cui nome già vi sarà noto per certo a cagione delle sue prodezze inaudite. Vengo a combattere con voi ed a provare il valore del vostro braccio per farvi conoscere e confessare che la mia dama, qualunque ella si sia, è senza paragone più bella di Dulcinea del Toboso; verità che se voi volontariamente confessate, scamperà voi dalla morte e me dal disturbo di darvela. Vengo qui a battermi in disfida, e se vi accingete a pugnare ed io vi vinco, altra soddisfazione non voglio se non che deponendo le armi e tralasciando di andar cercando venture, ve ne ritorniate nel vostro paese per l'intero corso di un anno, dove starete senza toccare la spada in disarmata pace e in utile riposo, come richiedono le cure delle vostre facoltà e la salvezza dell'anima vostra: se poi io resterò da voi vinto, porrò la mia testa alla vostra discrezione e vostro sarà lo spoglio delle mie armi e del destriero, e passerà nella vostra la fama delle mie illustri prodezze; guardate bene quello che vi conviene meglio, e rispondetemi incontanente, da che questo giorno solo mi è assegnato per dar compimento a così importante affare.»

Attonito e sospeso restò don Chisciotte sì dall'arroganza del cavaliere dalla Bianca Luna, come dalla cagione per cui lo sfidava, e con gravità e con arcigno sembiante, rispose:

— O cavaliere dalla Bianca Luna, le cui prodezze non sono giunte peranco a mia cognizione, io giurerei senza esitare che voi non vedeste mai l'illustre mia Dulcinea; che l'avessero i vostri occhi veduta non sareste tanto temerario di proporre la vostra disfida, e la sola sua vista vi trarrebbe d'inganno; poiché non vi è bellezza che possa paragonarsi a quella di Dulcinea. Non vi dirò che mentite, poiché non sapete quello che avete proposto; e dopo ciò alle condizioni da voi intimate accetto il combattimento, e subito, perché non valichi il giorno che solo vi resta; escludo però dai vostri patti quello che passi in me la fama di vostre prodezze, non sapendo io né quali, né quante si sieno, e delle mie mi contento tal quali sono. Ora pigliate pure la parte del campo che meglio vi aggrada, ed io farò lo stesso, e a chi Dio la dà, san Pietro la benedica.»

Erasi già divulgata per la città la venuta del cavaliere dalla Bianca Luna, e il viceré aveva già ricevuto l'avviso ch'egli stava a parlamento con don Chisciotte della Mancia. Giudicando il viceré che fosse questa qualche nuova ventura ordita da don Antonio Moreno o da qualche altro gentiluomo, recossi tosto alla spiaggia unitamente a don Antonio ed a molti cavalieri, e vi giunse appunto all'istante in cui don Chisciotte, volte le redini a Ronzinante, stava per prendere quel campo che gli si rendeva necessario. Vedendoli allora il viceré tutti e due in atto di volersi affrontare, si frappose e domandò loro per qual causa si fossero mossi a sì improvvisa battaglia. Rispose il cavaliere dalla Bianca Luna che trattavasi di precedenza di bellezza, e brevemente disse le cose medesime esposte prima a don Chisciotte, con l'accettazione della disfida, fatta da ambe le parti. Accostossi il viceré a don Antonio e con voce sommessa gli chiese se sapesse egli chi fosse quel cavaliere dalla Bianca Luna, e se si trattasse di qualche burla per togliersi spasso di don Chisciotte. Espose don Antonio che né sapeva chi colui fosse, né se quella disfida si facesse davvero o da giuoco. Questa risposta tenne perplesso il viceré se dovesse lasciar correre o impedire la zuffa; ma persuaso in cuor suo che fosse cosa da scherzo, si appartò dicendo:

— Signori cavalieri, se qua non vi è altro rimedio che confessare o morire, ed il signor don Chisciotte se ne sta nel suo tredici, e vossignoria dalla Bianca Luna, nel suo quattordici, alla buon'ora; si battano e si rompano la testa.»

Il cavaliere dalla Bianca Luna con cortesi e sensate espressioni mostrossi grato alla licenza che dal viceré gli veniva concessa, e don Chisciotte fece lo stesso. Raccomandatosi questi di tutto cuore al Cielo ed alla sua Dulcinea, siccome usava sempre nel principio degli attacchi, tornò a pigliare un po' più del campo, vedendo che altrettanto faceva il suo nemico, e senza suono di tromba o di altro istrumento guerresco, volsero ambedue le briglie ai loro cavalli. Siccome il destriero del cavalier dalla Bianca Luna era assai leggero, così raggiunse don Chisciotte ad oltre due terzi della carriera, e lo incontrò con forza sì prevalente, che senza toccarlo colla lancia (che per quanto poté giudicarsi, tenne a bella posta alzata) fece dare a don Chisciotte ed al suo Ronzinante uno stramazzone sonoro. Gli andò subito dopo sopra, e postagli la lancia contro la visiera, gli disse:

— Siete vinto, cavaliere, ed anche morto, se non confessate le condizioni della nostra pugna.»

Don Chisciotte, pesto, stordito, senza alzarsi la visiera e come se parlasse dal di dentro di una tomba, con voce debole e inferma, rispose:

— Dulcinea del Toboso è la più bella creatura che viva, e io il più sventurato cavaliere che cavalchi la terra: e non è bene che la mia debolezza defraudi la verità: stringi pure, o cavaliere, la lancia, toglimi la vita, da che mi togliesti l'onore.

— Io nol farò per certo, soggiunse quello dalla Bianca Luna: viva, sì, nella integrità sua, viva la fama della bellezza della signora Dulcinea del Toboso; a me basta che il signor don Chisciotte si ritiri per un anno nel suo paese, o sino a tanto che gli sarà da me comandato, a norma dei nostri patti, prima di entrare nuovamente in battaglia.»

Udirono tutto questo il viceré, don Antonio e molti altri ch'erano presenti, e raccolsero ancora la seguente risposta di don Chisciotte:

— Purché non si dimandi cosa che torni in pregiudizio di Dulcinea del Toboso, tutto io accordo da puntuale e leale cavaliere.»

Ascoltata questa confessione, quello dalla Bianca Luna voltò la briglia, e abbassando il capo verso il viceré, rientrò a mezzo galoppo nella città. Ordinò il principe a don Antonio che in ogni maniera tentasse di sapere chi costui fosse. Rizzarono poi don Chisciotte, gli scopersero la faccia, e lo trovarono scolorito e trasudato. Ronzinante non si poteva muovere, per essere stato troppo malconcio, e Sancio troppo sconsolato ed afflitto, non sapeva più né che dire, né che fare.

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Vedeva il suo signore abbattuto, vinto, obbligato a non prendere le armi per un anno, e tutto questo sembravagli un sogno o tutta macchina d'incantesimi. Stava considerando che rimaneva oscurata tutta la luce di gloria per tante imprese, disfatte, come si disfa il fumo dal vento, e svanite per conseguenza tutte le sue speranze: temeva infine che Ronzinante non avesse a restare per sempre storpiato, e storpiato o no, restavagli ognora il dubbio se il suo padrone potesse raddirizzarsi dopo quel colpo. Finalmente sopra una seggetta a mano fatta venire dal viceré, portarono don Chisciotte in città, né lo abbandonò il viceré stesso, sempre desideroso di sapere chi fosse quel cavaliere dalla Bianca Luna che aveva ridotto a sì mal partito il cavaliere dalla Trista Figura, il cavaliere dai Leoni, il famosissimo don Chisciotte della Mancia.

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