DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LXVII

SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.

 

Gli uomini venuti a cavallo, insieme agli altri che li seguitavano a piedi, pigliando di peso e con somma prestezza Sancio e don Chisciotte li misero nell'andito, intorno a cui ardevano da circa cento torce poste sui loro candelabri; e pei corridoi dell'andito stesso stavano più di cinquecento lumi, di maniera che in onta alla notte, che mostravasi alquanto oscura, non si conosceva il mancamento del giorno. In mezzo all'andito stava un catafalco alto più che due braccia da terra, coperto tutto con grandissimo baldacchino di velluto nero, all'intorno del quale, sui varî gradini, ardevano candele di cera bianca sopra più di cento candellieri d'argento: sulla sommità del catafalco scorgeasi estinto corpo di donzella adorna di sì esimia bellezza, da far parere bella la morte medesima. Teneva la testa posata sopra un guanciale di broccato, era coronata d'una ghirlanda di vari e odorosi fiori; colle mani messe in croce sul petto, e tra esse un ramo di palma in segno di trionfo. Vi era un teatro ad un lato dell'andito, dove seduti si stavano due personaggi, i quali col portare corona in testa e scettro in mano mostravano di essere re veri o finti. Accanto a questo apparente teatro, dove salivasi per alcuni gradini, si trovavano altre due sedie, sulle quali posero i due prigioni don Chisciotte e Sancio, facendoveli adagiare; e tutto ciò in grande silenzio e indicando loro con segni che dovessero sempre tacere: ma senza bisogno di questi segni sarebbero già rimasti taciturni, mentre l'alta meraviglia prodotta in loro dagli oggetti che avevano dinanzi agli occhi ne teneva legate le lingue. Salirono sul teatro con grande accompagnamento due personaggi d'importanza, che vennero da don Chisciotte riconosciuti sul fatto pel duca e la duchessa suoi ospiti, e si assisero su due sedie ricchissime, accanto a quelli che avevano figura di re.

Chi mai non doveva essere meravigliato, quando aggiungasi che si riconobbe da don Chisciotte che il corpo morto, il quale giaceva sul catafalco, era quello della vezzosa Altisidora! Al giungere del duca e della duchessa in teatro, si alzarono don Chisciotte e Sancio, e fecero loro profonda riverenza, cui ricambiarono i duchi inchinando un poco la testa. In questo apparve uno staffiere, che appressatosi a Sancio, gli mise indosso una zimarra di tela bottana nera, a fiamme di fuoco, e levandogli il capuccio, gli pose sulla testa una mitra simile a quelle che si dànno agl'inquisiti del Santo Officio, e gli disse all'orecchio che non movesse labbra, altrimenti gli si applicherebbe un paio di morse o sarebbe spacciato sul fatto. Sancio si guardava da capo a piedi, vedevasi tutto in fiamme ma poiché non si sentiva ardere, non ne faceva gran caso. Si levò la mitra, e vide che vi erano dipinti dei diavoli; se la rimise e disse fra sé: — Fortuna mia che né quelli mi abbruciano, né questi mi portano via.»

Anche don Chisciotte lo stava squadrando minutamente, e tuttoché la paura tenesse sospesi i suoi sensi, non poté a meno di non sogghignare vedendo la figura di Sancio. Frattanto si cominciò a far sentire un suono poetico, ma soave di flauto, che pareva uscire dal di sotto del catafalco, e che non essendo sturbato da alcuna umana voce (perché in quel sito il silenzio stesso era rigido custode di sé medesimo) spiegava carattere di dolcezza e di amore.

D'improvviso comparve poi accanto di quello che sembrava cadavere, un bel garzone vestito alla romana, il quale, al suono di armoniosa arpa, toccata da lui medesimo, cantò con soavissima e chiara voce queste due stanze:

 

Finché non riede Altisidora al giorno
Per crudeltà di don Chisciotte uccisa,
Finché di questo incantator soggiorno
Vestita a brun la Corte si ravvisa,
E la padrona a quante dame ha intorno
Di saia e rascia appresta la divisa,
Canterò sua bellezza e il destin reo
Con miglior plettro dell'odrisio Orfeo.

E quest'officio a me, credo, non tocca
Sol mentre dura la mortal mia vita,
Ma con la lingua morta e fredda in bocca
Per te io moverò la voce ardita:
Deh! perché morte omai il suo stral non scocca.
Ché in riva a Stige, ove il destin m'invita,
Andrò di te cantando, e al suono mio
L'onda immobil starà del pigro Oblio.

— Non più, disse a tal punto uno dei due che parevano re: non più, o divino cantore, che sarebbe un procedere all'infinito il farci ora il quadro della morte e delle grazie di Altisidora senza pari; non morta già, come fassi a credere il volgo ignorante, ma viva nelle lingue della fama e nel castigo cui deve soggiacere Sancio Pancia, qua presente, per restituirla alla perduta luce. Tu dunque, o Radamanto, che meco giudice siedi nelle tenebrose caverne di Dite, giacché ti è noto quanto negl'impenetrabili destini è statuito a far rivivere questa donzella, dillo, dichiaralo qui incontanente e lo spiega, affìnché quel bene non si indugi che col suo rinascere ci facciamo a sperare.» Profferì appena tai detti Minosse, giudice e compagno di Radamanto, che rizzatosi questi in piedi, così sclamò: — Su, o ministri di questa casa, alti e bassi, grandi e piccoli, venite l'uno dopo l'altro, e si stampino da voi sul viso di Sancio ventiquattro guanciate, colla giunta di dodici pizzicotti e di sei punture di spilletto alle braccia e ai lombi, che in questa cerimonia consiste la risurrezione di Altisidora. Sancio, udito questo, così ruppe il silenzio: — Tanto mi lascio schiaffeggiare il viso e tramenarmi la faccia come farmi moro; che ha da fare, corpo di... lo strapazzare la mia persona col far tornare l'anima in corpo di quella ragazza? Date da bere al prete, ché il chierico ha sete; incantano Dulcinea, e vogliono frustar me perché io la disincanti. Altisidora muore del male che Dio le manda, e risusciterà se mi daranno ventiquattro schiaffi, e faranno un crivello del mio corpo a furia di spille, e vogliono illividirmi le braccia di pizzicotti? Vadano a fare queste burle a tutt'altri, ché io sono cane vecchio, e da una volta in fuori non mi si mena mica pel naso. — Tu morrai, disse ad alta voce Radamanto; ammànsati, o tigre; umiliati, o superbo Nembrotte; soffri e taci, ché non si vogliono da te cose impossibili; né andar ad investigare quante spine abbia questo negozio. Hai ad esser schiaffeggiato, bucherato, pertugiato, e i pizzicotti ti hanno a far piangere: orsù, ministri, eseguite il comando, altrimenti io vi farò conoscere il vostro dovere.»

Parve in questo istante che si avanzassero per l'andito sei matrone processionalmente una dietro l'altra, quattro con occhiali, e tutte colla mano destra alzata con quattro dita di polso fuor delle maniche per fare più lunghe le mani, siccome è la costumanza di oggidì. Non le ebbe Sancio vedute appena, che muggendo come un toro, gridò: — Pazienza se mi malmenerà tutto il mondo, ma matrone no, no che non voglio esser toccato da matrone; non vi acconsento se il diavolo mi porti: e mi facciano graffiare il muso dai gatti, come al mio padrone, mi trapassino il corpo con punte di pugnali, mi attanaglino le braccia con ferri infuocati, soffrirò tutto con pazienza e servirò questi signori, ma non vengano a toccarmi matrone.» Don Chisciotte allora rivolto a Sancio, disse: — Figliuolo, abbi pazienza, contenta chi comanda, e rendi grazie al Cielo che tale virtù ripose in questo tuo corpo, che pel suo martirio trovino disincanto le incantate persone, ed abbiano sino i morti a risuscitare.» Si erano già le matrone avvicinate a Sancio, quando egli ammansato già e persuaso, accomodandosi ben bene nella sedia, porse il viso e la barba alla prima, la quale gli diede una guanciata potentissima, e dopo gli fece una riverenza profonda. — Manco riverenze, manco smorfie, signora matrona, disse Sancio, ché, per vita mia, avete le mani che sanno di odore acetino.» Vennero le altre matrone a schiaffeggiarlo una dopo l'altra, ed ebbe dall'altra gente di casa pizzicotti, che pur tollerava: ma quello che poi non poté sopportare fu il pungimento degli spilletti ond'è che alzatosi dalla sedia tutto sdegnato, diede di piglio ad una torcia che stavagli appresso, corse a ridosso delle matrone e di tutti i suoi carnefici, e disse: — Fuora di qua, ministri infernali, ché non sono io di bronzo da non sentire questi martirii.» Allora Altisidora, che doveva trovarsi stracca per essere stata sì a lungo supina, si voltò di fianco; il che veduto dai circostanti, proruppero tutti ad una voce: — Altisidora vive! Vive Altisidora!» Ordinò Radamanto a Sancio che calmasse lo sdegno, essendosi già conseguito l'intento che si voleva. Tostoché don Chisciotte vide Altisidora dar segni di vita, corse a mettersi ginocchioni dinanzi a Sancio, così dicendogli: — Ecco, ecco il tempo, o figlio delle mie viscere, non che tu ti dia alcuna delle frustate che sei obbligato affibbiarti pel disincanto di Dulcinea senza pari: ecco, ripeto, il tempo in cui la tua virtù è maturata e perfezionata, e può operare con isperanza di ottenere il bene che da te si attende.» Sancio rispose: — Qua piove un malanno sopra all'altro: qua non si mette mele sulle frittelle: starei fresco se dopo i pizzicotti, gli schiaffi e le punture, venisse il sopraccarico delle frustate: non vi resterebbe altro che pigliare una pietra, legarmela al collo e buttarmi in un pozzo, ché anche questo dovrei sopportare, poiché per medicare i mali che fanno gli altri, ho ad essere io la vacca delle nozze; mi lascino stare, per la vita mia, o che io gitto e mando tutti all'inferno.»

Di già Altisidora alzata, si era posta a sedere sul catafalco, e al tempo stesso suonarono i pifferi accompagnati da flauti e dalle voci di tutti, che gridavano: Viva Altisidora! Altisidora viva!» Si levarono i duchi e i due re Minosse e Radamanto, e tutti congiuntemente a don Chisciotte e a Sancio, andarono a ricevere Altisidora, aiutandola a calare dal catafalco; ed essa, facendo la svenuta, s'inchinò ai duchi e ai re, e guardando per traverso don Chisciotte, gli disse: — Il Cielo ti perdoni, o disamorato cavaliere: ché per la tua crudeltà sono stata all'altro mondo (a quanto mi parve) più di mille anni; ed a te, il più compassionevole di tutti gli scudieri che vivano sulla terra, rendo grazie della vita che a solo tuo merito ho ricuperata: disponi da oggi in avanti, o Sancio amico, di sei delle mie camicie che ti dono, affinché tu ne faccia altre sei per tuo uso, e se non le troverai tutte sane, le troverai almeno tutte nette.» Sancio, colle ginocchia in terra, levatasi la mitra, le baciò le mani. Ordinò il duca lo spogliassero, e gli restituissero il suo cappuccio e il suo casaccone, e gli togliessero di dosso la zimarra fiammante, ma Sancio pregò allora il duca che la zimarra e la mitra gli fossero regalate, perché contava di portarle al suo paese in segno e memoria del non più veduto successo.

La duchessa gli disse che tutto gli sarebbe concesso, mentre egli sapeva bene quanto gli fosse amica. Ordinò il duca che l'andito gli fosse sbarazzato, che tutti si ritirassero alle loro stanze, e che don Chisciotte e Sancio fossero condotti in quelle che ben conoscevano.


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