DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


Torna all'IndiceIndietroAvanti

chisc101.gif (19864 byte)

CAPITOLO V

DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.

 

Entrando il traduttore di questa istoria a trascrivere il presente quinto capitolo, dichiara che lo tiene per apocrifo; giacché Sancio Pancia parla qui d'un modo troppo diverso da quello che lo scarso suo ingegno poteva promettere, e dice cose sì ponderate e sottili da parergli impossibile che le sapesse. Non volle per questo lasciar di tradurlo per non mancare al suo dovere, e quindi prosegue nel seguente modo:

Giunse Sancio a casa sua con sì grande giubilo e festa che a un tiro di balestra Teresa sua moglie si accorse della sua letizia e gli disse:

— Che rechi tu di buono, amico Sancio, ché sei così lieto?

— Moglie mia, le rispose, se piacesse a Dio vorrei non essere così contento come ti sembro.

— Non intendo, marito mio, replicò ella, né so concepir perché tu dica che brameresti, piacendo a Dio, non essere contento come apparisci; per quanto io sia balorda non so che vi sia chi non goda di esser contento.

— Sappi, Teresa, rispose Sancio, che la mia gioia proviene dall'essermi determinato di tornare al servigio del mio padrone don Chisciotte, il quale è ora deliberato d'uscire una terza volta in campagna a cercar avventure. Io voglio seguirlo costretto dalla necessità ed anche dalla speranza che mi consola nel pensar se potessi trovare altri cento scudi come i già inghiottiti; ma mi sconforta l'idea di dovermi divider da te e dai miei figliuoli, che se a Dio piacesse di darmi da mangiare a piede asciutto e in casa mia senza farmi girare per catapecchie e per precipizî (ché lo potrebbe fare con poca spesa e col solo volerlo), egli è di tutta evidenza che questa mia allegrezza sarebbe più stabile e vera, quando adesso è mista al dolore di dovervi abbandonare. Ho dunque detto bene che avrei un gran gusto, se Dio volesse, di non essere contento.

— Gran che, Sancio mio, gli rispose donna; da che sei divenuto membro di cavaliere errante tu parli in maniera raggirativa, tanto che nessuno ti può capire.

— Basta che m'intenda Dio, moglie mia, rispose Sancio, ch'egli è l'intenditore di tutte le cose; e non andiamo più in là. Ricordati, sorella, che bisogna tener bene in ordine in questi tre giorni il nostro asino, affinché sia poi atto a portare l'arme: tu raddoppia la dose del suo mangiare, esamina la bardella e le cose tutte, perché noi non anderemo già a nozze, ma sì bene a dare una giravolta per lo mondo, a contrastare con giganti e con visioni e con fantasime, ad udire fischi, ruggiti, mugghi e belamenti: e tutto ciò sarebbe ancora uno zucchero se non si dovesse venir alle prese con Janguesi e con Mori incantati.

— Credo bene, marito mio replicò Teresa che gli scudieri erranti non mangino il pane senza grandi sudori, e sta sicuro che io raddoppierò le mie preghiere al Signore perché presto ti liberi da sì trista condizione.

— Ti protesto moglie cara, Sancio soggiunse, che s'io non pensassi che fra poco sarò governatore di un'isola vorrei cadere morto se di qua mi movessi.

— Oh questo poi no, marito mio, replicò Teresa; viva la gallina se anche ha la pipita: vivi tu, e venga il canchero a quanti governi vi sono al mondo: sei uscito dal ventre di tua madre senza governo, sei vissuto sino adesso senza governo, e senza governo te ne andrai e sarai messo in sepoltura quando Dio vorrà; e poi tanti e tanti vivono a questo mondo senza aver alcun governo, e per questo tralasciano forse di passar avanti e di stare tra i viventi? La più buona salsa che si trova è la fame; quando questa non manca i poveri mangiano sempre con appetito: per altro statti bene all'erta, o Sancio, e se per caso otterrai questo tuo benedetto governo non dimenticare che hai moglie e figliuoli: ricordati che Sancetto ha ormai quindici anni compiti, ed è tempo che cominci andare alla scuola se il suo signor zio prete lo ha da incamminare al sacerdozio: ricordati che Maria Sancia tua figliuola capiterà male se non le daremo marito; e che mi va dicendo il cuore, che tanto ella ha voglia di maritarsi quanto l'hai tu del tuo governo, e al fine dei fini è sempre cosa prudente ed ottima che una ragazza sia accasata, o bene o male, perché non si perda altrimenti.

— Ti do la mia parola, rispose Sancio, che se la fortuna vuole ch'io mi guadagni qualche governuccio mariterò Maria Sancia sì altamente che non la potranno arrivare se non con chiamarla signora.

— A ciò non consento io, o Sancio, rispose la moglie: maritala con un suo pari, che questo è il meglio: se cambia gli zoccoli in pianelle e la zimarra di panno bigio in grandiglia e gammurra di seta, e se di una Mariuzza e di un tu si faccia la donna o la signora tale, la nostra ragazza non saprà più di essere a questo mondo, darà a ogni passo in ciampanelle, e farà presto conoscere il filo della sua grossa tela.

— Taci, sciocca, interruppe Sancio; ché le difficoltà non potranno durare più di due o tre anni, e poi la signoria e la gravità le calzeranno come dipinte; e quando anche ciò non fosse, che importa egli? diventi signora, e seguane quello che si vuole, ché non serve altro.

— Misurati, Sancio, col tuo stato, rispose Teresa, e non dimenticarti il proverbio che dice: Al figlio del tuo vicino nettagli il naso e piglialo per tuo. Oh la sarebbe una bella cosa l'accasare la nostra Maria con un gran conte o con un gran cavaliere, che venendogli poi qualche altra fantasia la facesse entrare in un guscio di noce, chiamandola villana, figlia di un rompizolle, di una pelarocche! io non lo permetterò finché mi staranno occhi aperti, sai; ché io non ho già allevato la mia figliuola perché abbia ad avere disgusti di questa sorta. Pensa, Sancio, a portare danari, e lascia poi a me di maritarla: abbiamo Lope Toccio, il figliuolo di Giovanni Toccio, giovane gagliardo e sano, che conosciamo molto bene, e che non guarda la ragazza di mal occhio; con questo, ch'è nostro uguale, sarebbe assai bene maritata, e noi la avremmo sempre dinanzi agli occhi e saremmo tutti una cosa, padri e figli, nipoti e generi, e la benedizione del Signore sarebbe sempre in casa nostra: e questo saria pur meglio che farla sposa in qualche corte o in qualche gran palazzo dove non trovi chi la intenda o chi sia inteso da lei.

— Ma dimmi un poco, moglie di Barabba, o bestia che sei, replicò Sancio: e perché mai opponi senza ragione alcuna ch'io mariti mia figliuola con chi possa darmi dei nipoti che ti chiamino signoria? Teresa cara, io ho sentito a dire da' miei antenati, che quello che non sa profittare della sorte quando gli si presenta, ha da dolersi di se stesso se le scappa di mano; e sarebbe pur mal fatto che noi non le aprissimo la porta ora che vi sta picchiando; e lasciamoci condurre dal vento prospero che adesso soffia. (Per questa maniera di dire, e per ciò che più sotto si esprime da Sancio, dichiarò il traduttore di questa storia di tenere per apocrifo il presente capitolo). E non ti pare egli, animalaccia, continuò Sancio, che sarà una buona fortuna se io sarò preposto a qualche governo, che dandoci buoni proventi ci tolga dal fango, e se potrò maritare Maria Sancia con chi mi va più a genio? Allora sentirò a chiamarti donna Teresa Pancia, e allora tu potrai sederti in chiesa sopra i tappeti, i guanciali e gli arazzi a dispetto e a vergogna delle mogli degli idalghi del paese... Ma no, no; restati pur sempre nel tuo guscio né darti pensiero alcuno di alzarti, e statti a tuo luogo come i santi delle muraglie; e non facciamo altre parole intorno a questo... già la Sancetta dev'esser contessa, di' pure tu quello che ti pare.

— Tu non sai quello che ti vai cianciando, replicò Teresa: a fronte di tante tue belle parole io sostengo che questa tale contea condurrà nostra figliuola sul carro della malora; fa pure a modo tuo, e fa che sia anche duchessa o principessa, che tutto sarà sempre contro la mia volontà ed il mio consenso. Eh, fratello mio, io non ho mai saputo scostarmi dalla mia condizione, e non posso soffrir le alture senza fondamento: Teresa mi chiamarono nel battesimo, nome semplice e schietto, senza giunte o ricami di donni e di donne: Cascascio si chiamò mio padre, e per esser tua moglie sono chiamata Teresa Pancia, che di giusta ragione dovrebbero chiamarmi Teresa Cascascio: ma tutto serve al costume, e mi contento di questo nome senza che vi appiccichino un don che sarebbe per me un peso insopportabile. E poi non voglio mai dare di che dire a chi mi vedesse andar vestita alla contessìle od alla governatorile, ché subito direbbero: Guardate in che albagia monta quella misera femminuccia: ieri aveva appena tanto pennacchio di stoppa da poter filare, ed oggi va alla messa coperta la testa colla falda del gamurrito in cambio di velo, e vuol comparire con faldiglia e con bottoni e in tono di gravità come se noi non sapessimo chi ella è! Se Dio mi lascia i miei sette sentimenti o cinque, o quelli che insomma che ho, non m'indurrò mai a farmi metter in canzone: va pur tu, fratello, ad esser governo o isolo, e monta tu in superbia a tuo piacimento, ma giuro per lo secolo che ha indosso mia madre, che né io né tua figliuola moveremo un passo fuori del nostro paese. La moglie onorata dee stare in casa facendo conto di avere le gambe rotte; e l'onesta figliuola ha da far consistere il suo divertimento nel lavorare per la famiglia. Va dunque tu a tua voglia col tuo don Chisciotte per le buone venture e lascia noi qui colle nostre male venture, che se ne saremo degne, il Signore migliorerà il nostro stato. Non vi sarà ragione che si abbia a mettere la giunta del don, che non hanno portato mai nostro padre né i nostri avi.

— Ora sì, replicò Sancio, che io suppongo che tu abbia in corpo qualche spirito folletto. Che Dio m'aiuti, come sei tu andata infilzando tanti spropositi senza né capo né coda? Che hanno qui a fare i Cascasci, i bottoni, i proverbi e l'albagia con quello ch'io dico? Vien qua, mentecatta e ignorante (ché ben posso darti cotesti nomi da che non intendi ciò che ti dico, e volgi le spalle alla fortuna); s'io avessi detto che mia figliuola avesse a precipitare da una torre o ad andare vagando per lo mondo come la infanta donna Uracca, ti darei ragione di non accogliere i miei disegni; ma se in due sole parole o in meno di un aprire o serrare gli occhi te le pianto addosso un don o una signora, e la tolgo dalle stoppie, e la pongo in gravità ed a sedere su di uno strato con più guanciali di velluto che non ebbero in uso i Mori della stirpe degli Almohadi di Marocco, perché non hai tu da volere quello che voglio io?

— Sai tu perché? rispose Teresa, per causa del proverbio che dice: Chi ti cuopre ti scuopre. Sul povero passa tutto senza osservazione, ma il ricco è minutamente considerato; e se il tale ricco fu povero un giorno, oh allora sì che si mormora e si maledice; e non fanno altro che dire le male lingue, che se ne trovano a monti per le strade e come sciame di pecchie.

— Badami, Teresa, rispose Sancio, e senti quello che ti voglio dire, e che non l'avrai forse più inteso in tutto il tempo della tua vita; e in questo punto, sai, non parlo di mia testa, oibò, sono tutte sentenze del padre predicatore che predicò la passata quaresima in questo paese.

Se male non ricordo egli così la discorreva: tutte le cose che ci sono presenti, e si mirano cogli occhi, stanno impresse nella memoria con forza molto maggiore delle passate. (Questo discorso che Sancio va facendo è il secondo motivo per cui il traduttore tiene per apocrifo questo capitolo, perché eccede la capacità sua). Seguitò dunque dicendo:

Donde nasce egli che quando ci si presenta una persona bene composta e vestita con isfarzo e con un gran codazzo di servitori, sembra che ci troviamo obbligati quasi a forza di portarle rispetto? e tuttoché ci torni a memoria l'umile condizione in cui l'abbiamo veduta precedentemente, quella primitiva bassezza, sia ella proceduta da povertà o da oscura prosapia, non avendo esistenza, non è più, e resta unicamente quello che ci vediamo dinanzi. Se quel tale cui sollevò la fortuna dal fondo di sua abbiezione (son le parole proprie del predicatore) all'apice della prosperità, fosse ben creato, liberale e cortese, né si mettesse e disputare sul conto di quelli che vantano antica nobiltà, non è egli vero, Teresa, che non si troverebbe chi si rammentasse del primiero suo essere? Sarebbe anzi riverito pel suo stato presente a meno che non incappasse in qualche invidioso contro il cui morso non vale fortuna per prospera che sia.

— Marito mio, io non t'intendo punto, disse Teresa; fa quello che ti pare e piace, né mi rompere altro la testa colle tue rettoriche; e se sei risolto a fare quello che dici...

Risoluto hai a dire, moglie mia, interruppe Sancio, e non risolto.

— Non ti mettere a disputare con me, marito mio, replicò Teresa, che io parlo come Dio vuole e non amo fantasticarmi, e soggiungo che se ti sta fitto in testa il governo, almeno conduci con te tuo figlio Sancetto per ammaestrarlo anche lui a governare, essendo ben fatto che i figliuoli sieno eredi, e si istruiscano dell'officio del genitore.

— Subito che sarò nominato governatore, disse Sancio, manderò a prenderlo per le poste, e ti manderò dei danari, che certo non mi mancheranno, poiché sempre si trova chi ne dà a prestito ai governatori quando ne sono senza; e allora lo vestirai in modo che non gli resti ombra di quello che era, ed apparisca quello che dovrà essere.

— Manda pur tu il denaro ch'io lo vestirò, e sarà bello come una palma, disse la moglie.

— Restiamo intesi, rispose Sancio, che nostra figliuola ha da essere contessa.

— Il giorno in cui la vedrò contessa, replicò Teresa, fo conto di seppellirla; ma torno a dire che tu farai quello che più ti andrà a garbo, perché si sa bene che noi altre donne nasciamo con l'obbligo connaturale di obbedire ai nostri mariti, fossero anche tanti stivali.»

Dopo questo discorso si pose a piangere sì dirottamente come se già si vedesse dinanzi morta e seppellita Sancetta. Sancio la racconsolò, assicurandola che dovendo farla contessa, indugerebbe il più che potesse; e così terminò il lungo colloquio, e tornò Sancio a rivedere don Chisciotte per disporre con lui ogni cosa per la partenza.

chisc102.gif (4969 byte)


Torna all'IndiceIndietroAvanti