DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO XXV

AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.

 

Don Chisciotte spasimava di sentire le maraviglie che il portatore delle armi aveva promesso di raccontargli. Andò a cercarlo dove l'oste gli disse che si trovava; e tosto gli espose che era assai voglioso di sapere quello che avesse a narrargli intorno alle vicende accennate durante il cammino. Quell'uomo gli rispose:

— Con comodo e non su due piedi si ha ad udire un racconto ch'è molto singolare; lasci, cortese signor mio, che io termini di governare la mia bestia, e le dirò poi cose che la faranno stupire.

— Non si metta indugio per questo, disse don Chisciotte, che io vi aiuterò a compiere le vostre faccende: e lo fece in effetto vagliandogli la biada e nettandogli la mangiatoia: umiltà che impegnò quell'uomo a soddisfare di tutto buon cuore la sua curiosità. Sedutosi pertanto su di un muricciuolo, e don Chisciotte, accanto a lui, avendo per uditore il giovane, il paggio, Sancio Pancia e l'oste, cominciò in tal guisa a parlare.

— Hanno a sapere, vossignorie, che al giudice di un paese quattro leghe e mezza di qua discosto, per accortezza ed inganno di una ragazza sua fante (e questa sarebbe cosa lunga da dire) mancò un asino, né più fu potuto trovarlo per quante diligenze avesse usate. Dovevano essere passati quindici giorni da che l'asino mancava, quando standosene sulla piazza detto giudice, un altro giudice dello stesso paese, gli disse:

— Datemi la mancia, compare, ché il vostro asino si è ritrovato.

— Ve la darò, e buona, compare, l'altro rispose; ma a buon conto vorrei prima sapere ove fu ritrovato.

— Io lo vidi, soggiunse l'altro, in questa mattina sul monte che aggiravasi per la selva senza bardella o altro arnese, e così assottigliato che moveva pietà a guardarlo: gli passai dinanzi per fermarlo e ricondurvelo, ma si è fatto tanto selvatico ed intrattabile, che quando gli giunsi addosso si diede a fuggire, e si nascose nel più folto del bosco: ora se vi piace che ci rechiamo tutti e due a cercarlo, lasciate prima che rimeni a casa questa mia asinella, e io vi sarò compagno nel viaggio. — Ne avrò gran piacere, disse quello dell'asino, e mi studierò di compensarvi di eguale mercede. Con tutte queste circostanze, e uguale in tutto a questo mio racconto, è quanto depongono tutti coloro che sono informati della verità del fatto. In sostanza i due giudici, marciando a piedi a poco a poco giunsero alla montagna, ed arrivati al sito dove credevano di trovar l'asino, nol rinvennero punto, né per diligenza che si facesse si poté mai vedere in tutti quei contorni. Poiché dunque non si trovava, quel giudice che avealo veduto disse all'altro: — Badate a me, compare, che mi è venuto in testa un modo d'imbatterci infallantemente in questo animale, quand'anche si fosse cacciato nelle viscere della terra non che in quelle della selva; ed il modo è questo: io so ragliare a perfezione, e se voi ancora ne sapete un poco vi do la cosa per bella e fatta. — Se ne so un poco? disse l'altro; per vita mia, compare caro, che non la cedo a nessuno, e neppure agli asini stessi. — Dunque alla prova, rispose l'altro: io ho fatto pensiero che voi ve n'andiate per una parte della montagna ed io per l'altra, in maniera che l'attornieremo e gireremo tutta; e di tratto in tratto raglierete voi e raglierò io, e sarà impossibile che l'asino, se sta sulla montagna, non ci senta e non ci risponda.»

Disse il padrone dell'asino: — Sono persuaso, o compare, che ottimo sia il modo da voi trovato, e degno della vostra gran mente.» Si separarono ambedue giusta l'accordo fatto, ed avvenne che ragliarono entrambi quasi ad un tempo stesso, ed ingannato ciascuno dal raglio dell'altro corsero a cercarsi, pensando che già l'asino si fosse trovato: e nel rivedersi disse quegli che lo aveva perduto: — Com'è possibile, compare, che il raglio che ho inteso non sia stato quello del mio asino? — Non lo fu, e sono stato io, rispose il secondo giudice. — Vi dico bene in verità, soggiunse il primo, che da voi ad un asino, compare, non passa alcuna differenza, perché non udii in tutta la vita mia un ragliare più al naturale. — Queste lodi ed esagerazioni, rispose quello della invenzione, quadrano meglio e più convengono a voi, compare, che a me; e per quel Dio che mi ha creato, che voi potete dare due ragli di vantaggio al più esperto ragliatore del mondo, poiché il suono acuto che vi esce di gola, la voce sostenuta a battuta, le cadenze molte e preste, e in somma tutto è tale ch'io mi do per vinto, e vi lascio la bandiera in questa sorta di abilità. — Or bene, disse il padrone dell'asino, d'ora innanzi mi terrò uomo da qualche cosa, poiché ho in me sì felice disposizione e sì buon garbo: io già sapevo di ragliare bene, ma non avrei mai creduto di essere giunto a quell'apice che voi dite.

— Oh sappiate, rispose il secondo, che nel mondo si trovano dei begl'ingegni che non sono stimati, e talvolta si vedono mal collocate le grazie in chi non ne sa profittare.

— Le nostre, rispose il padrone dell'asino, non ci possono esser di giovamento se non in occasioni simili a questa, e Dio voglia che anche in questo caso ci sieno proficue.» Detto ciò, tornarono a dividersi e tornarono ai ragli, e ad ogni tratto s'ingannavano, e tornavano a riunirsi, fino a tanto che si diedero per contrassegno che per intendere ch'erano essi e non l'asino, avrebbero ragliato due volte di seguito. Fatto questo accordo, raddoppiando ad ogni passo i ragli, girarono tutta la selva senzaché il giumento rispondesse in modo alcuno. Ma come potea rispondere il meschino e malcapitato, se poi lo trovarono nel più folto di un bosco quasi divorato dai lupi? Nol vide appena il suo padrone che disse: — Mi meravigliava io bene che non rispondesse; che se non fosse stato morto avrebbe senza dubbio ragliato se ci avesse sentiti, o non sarebbe stato asino: basta, compare, poiché ho sentito voi a ragliare con tanta grazia, fo mio conto di aver bene spesa la fatica sostenuta cercandolo, quantunque adesso lo trovi morto e mangiato.

— Così dico anche io, compare, l'altro rispose; che se il prete canta bene non si porta male né anche il chierico.»

Sconsolati e rauchi ritornarono ambidue al loro paese, e raccontarono agli amici, vicini e conoscenti ciò ch'era accaduto cercando dell'asino, esagerandosi dall'uno la grazia dell'altro in ragliare, il che si riseppe e andò per le bocche di tutti nei luoghi circonvicini. Il diavolo poi che non dorme, come desideroso di seminare e spargere rancori e discordie ove può, e di mettere chimere e triste voglie nei cervelli fece che le genti degli altri paesi al vedere qualcuno del nostro paese ragliassero, quasi volendo rinfacciare il raglio dei nostri giudici. Se ne accorsero anche i ragazzi, e la fu una disperazione, perché sempre più il raglio si diffuse di uno in altro paese, di maniera che sono adesso distinti i naturali del nostro paese dal raglio come sono differenziati i mori dai bianchi: e tanto innanzi andarono le pessime conseguenze di questa beffa, che più volte coll'arme alla mano e in ben ordinato squadrone i burlati sono venuti in zuffa coi burlatori senza che abbiano potuto apporvi rimedio né re, né rocco, né timore, né vergogna. Credo che dimani o l'altro abbiano ad uscire in campagna i miei paesani, che sono quelli del raglio, contro quelli di un paese discosto due leghe dal nostro, e ch'è appunto il paese che più ci perseguita; ora per armare bene i combattenti io porto queste lancie e queste alabarde. Ed ecco, o signore, le meraviglie che ho promesso di raccontarvi; che se non vi paiono tali io non ne so di altra sorta.»

Il galantuomo terminò con queste parole il suo racconto, e a questo punto entrò per la porta dell'osteria un uomo con calzette, calzoni e giubbone, tutti di camozza, e con alta voce si fece a dire:

— Signor oste, avete una stanza? io vengo e porto con me lo scimiotto indovino e il quadro della libertà di Melisendra.

— Oh affè, sclamò l'oste, ch'è qua il nostro maestro don Pietro! oh ci si apparecchia una buona notte!»

Erami dimenticato di dire che questo maestro don Pietro aveva coperto l'occhio destro e pressoché mezza una guancia con un piastrello di taffetà verde, indizio che tutta quella parte fosse malata. Proseguì l'oste dicendo:

— Sia ben venuto la signoria vostra, signor maestro don Pietro: ma dove sono lo scimiotto e il casotto de' fantocci che non li vedo?

— Eh, sono poco lontani, rispose il tutto camozza, ed io sono venuto avanti per vedere se vi è stanza dove poter albergare.

— Ne farei star senza sino il gran duca di Alba, disse l'oste, per cederla al mio maestro don Pietro: vengan pure e lo scimiotto ed il casotto, che vi è gente nell'osteria questa notte che pagherà per vederli e per divertirsi colle bravure che sanno fare.

— Sia in buon'ora, rispose quello del piastrello, ed io metterò il divertimento a buon prezzo contentandomi di cavarne puramente le spese: intanto vado a sollecitare l'arrivo dell'equipaggio;» e, detto questo, uscì dell'albergo.

Dimandò subito don Chisciotte che maestro Pietro fosse colui, e che casotto e scimiotto portasse seco. L'oste rispose:

— Questi è quel famoso burattinaio che da molti giorni in qua va attorno per le contrade d'Aragona, mostrando l'istoria di Melisendra liberata dal famoso don Gaifero, ch'è uno degli spettacoli più al naturale e meglio rappresentati che da molti anni siensi veduti in questo nostro regno. Porta anche uno scimiotto di abilità rarissima, anzi vero portento; perché se altri gli fa qualche dimanda, sta attento, salta subito sulle spalle del suo padrone, e parlandogli all'orecchio dà la risposta di quello che si vuole sapere; e subito maestro Pietro la dichiara. Dice molto più delle cose passate che di quelle avvenire; e sebbene non sempre colga nel segno, per lo più per altro indovina, e pare propriamente che abbia il diavolo in corpo. Vuole due reali per ogni dimanda se lo scimiotto risponde, s'intende se il padrone dà la risposta per lui dopo di avergli parlato all'orecchio: e si tiene per certo che sia diventato molto ricco questo maestro Pietro, che è, come dicono gl'Italiani, galantuomo e buon compagnone. Egli conduce la più bella vita del mondo; parla più che sei persone, beve più che dodici, e tutto alle spese della sua lingua, del suo scimiotto e del suo casotto.»

Tornò frattanto maestro Pietro con una carretta su cui stavano gli arnesi e lo scimiotto, grande, senza coda, colle parti deretane ben coperte di pelo e di bell'aspetto. Lo vide appena don Chisciotte, che gli dimandò:

— Mi dica, la signoria vostra, signor indovino: che pesce pigliamo noi? ci dia la nostra ventura, ed eccole qua i due reali.»

Per mezzo di Sancio li passò a maestro Pietro, il quale rispose per lo scimiotto, e disse:

— Signore, questo animale non risponde, né dà notizie delle cose avvenire; delle trascorse sa qualche poco, e un tantino delle presenti.

— Perdinci, disse Sancio, che io non ispenderei neppure un quattrino per sapere quello che mi è successo, mentre chi lo può sapere meglio di me? non la sarebbe una balordaggine se andassi cercando di voler sapere quello che so? ma poiché costui sa le cose presenti, proviamolo un poco: Eccovi qua i due reali, e ditemi, caro signor scimiottissimo: che cosa fa adesso mia moglie Teresa Pancia e di che si occupa?»

Non volle maestro Pietro prendere il denaro; e disse:

— Non ricevo mai premio alcuno se prima non lo ho meritato;» e dando con la destra mano due botte sulla spalla sinistra dello scimiotto, questo in un salto gli montò addosso, e accostata la bocca all'orecchio, sbatté i denti in fretta per lo spazio di un credo, poi diè un altro salto e calò in terra. Maestro Pietro si buttò subito ginocchione davanti a don Chisciotte, e abbracciandogli le gambe gli disse:

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— Io abbraccio queste gambe come se abbracciassi le due colonne di Ercole; oh risuscitatore insigne della già dimenticata errante cavalleria, oh non mai come si deve lodato abbastanza cavaliere don Chisciotte della Mancia, sostegno dei cadenti, braccio dei caduti, appoggio degli sfortunati, bacolo dei desolati.»

Rimasero don Chisciotte stupito, Sancio fuori di sé, sospeso il cugino, attonito il paggio, trasecolato quello del raglio, l'oste confuso, finalmente tutti ammutoliti, quando il burattinaio continuò così a dire:

— E tu, o buon Sancio Pancia, il migliore scudiero del più perfetto cavaliere del mondo, consolati pure che la tua buona moglie Teresa sta benissimo, e in questo preciso momento sta pettinando una libbra di lino, e per più contrassegni, ti soggiungo che tiene al suo lato manco un boccale sboccato che può contenere un grosso fiasco di vino di cui si serve per alleggerimento nelle fatiche.

— Oh questo debb'essere vero, rispose Sancio, perché Teresa beve molto; e se non patisse di gelosia non la cambierei colla gigantesca Andandona, che secondo il mio padrone fu molto valente e di garbo: la mia Teresa è propriamente una di quelle che ha tanti numeri che sono innumerabili.

— Oh come bene mi persuado, soggiunse don Chisciotte, che chi legge assai e viaggia assai vede molto e fa molto! Chi sarebbe mai stato da tanto di persuadermi che si dieno al mondo scimiotti indovini, come li hanno veduti adesso questi miei occhi, mentre io sono appunto quel don Chisciotte della Mancia nominato da questo mirabile animale? Egli si è diffuso un po' troppo nelle mie lodi, ma comunque sia, ringrazio il Cielo che mi abbia dotato di un animo dolce e compassionevole, proclive sempre a far bene a tutti e a non far male ad alcuno.

— Se avessi dei denari, disse allora il paggio, dimanderei al signor scimiotto quello che mi ha ad accadere nella mia presente peregrinazione.»

Soggiunse subito maestro Pietro che si era alzato dai piedi di don Chisciotte:

— Io già l'ho detto che questa bestiuola non risponde sulle cose future: ché se possedesse questa qualità non occorrerebbero denari per farle rendere anche un tale omaggio al signor don Chisciotte qui presente, per cui porrei in non cale qualunque siasi interesse del mondo. Anzi per compiere il dover mio e per intertenerlo piacevolmente, metterò adesso in ordine il mio casotto, e spero che darò spasso a quanti sono nell'osteria senz'alcun pagamento.»

L'oste tutto allegro per questa spontanea disposizione di animo, gl'indicò allora il sito dove poteva collocarlo, e in un subito fu bello e accomodato.

Non era molto persuaso don Chisciotte delle indovinazioni dello scimiotto, parendogli impossibile che potesse conoscere e il passato e il presente: e però mentre maestro Pietro andava allestendo il casotto, si ritirò con Sancio in un canto della stalla, dove senza essere inteso da alcuno gli disse:

— Ascoltami, o Sancio: io ho posto mente alla straordinaria abilità di questo scimiotto e tengo, quanto a me, per indubitato e sicuro che qui vi sia qualche pasticcio di maestro Pietro che se la intenda col demonio.

— Se il pasticcio viene dal demonio, disse Sancio, ha da essere molto sporco: ma che interesse può avere maestro Pietro in questa sorta di pasticcio?

— Tu non m'intendi bene, o Sancio: altro io non voglio dire se non che debb'essersi convenuto col demonio perché infonda questa abilità allo scimiotto per guadagnarsi il pane: e quando sarà fatto ricco gli darà l'anima sua, che è ciò che pretende questo nostro universale nemico. Io tengo questa opinione perché lo scimiotto non fa mai risposta se non che alle cose passate o presenti, e la sapienza del diavolo non suole estendersi più oltre, mentre l'avvenire non lo può conoscere se non per semplici conghietture, né sempre, che a Dio solo è riserbata la intelligenza dei tempi e dei momenti, né per lui vi è passato o futuro, ma tutto è presente. Quanto più io rifletto sopra questa verità tanto più mi persuado che questo scimiotto parli per suggerimento del diavolo, e mi reca alto stupore che nessuno l'abbia finora accusato al sant'Officio e posto ad esame per trargli di bocca in virtù di chi egli indovini; chiaro essendo che uno scimiotto non è un astrologo, come non lo è il suo padrone: né l'uno né l'altro fan bene alzare le figure che chiamansi giudiziarie, le quali ora sono talmente in voga per la Spagna, che non v'ha donnicciuola, né paggio, né ciabattino che non presuma di alzare la sua figura (come se fosse un fante di carte) da terra, rovinando la mirabile verità della scienza colle menzogne e colla ignoranza. Io conosco una signora la quale domandò ad uno di questi cabalisti, quali e quanti e di qual pelo sarebbero stati i cagnolini che avrebbe partorito una sua cagnuola. Il cabalista, dopo avere alzata la figura, rispose che darebbe alla luce tre cagnolini, verde l'uno, l'altro incarnato e l'altro mischio. Quello che successe fu, che dopo due giorni la cagnuola morì per lo troppo mangiare, e il signor cabalista dalle figure restò in terra; però addio riputazione di gran giudiziario, e finì come tutti o la più gran parte di questi ciarlatani.

— Per altro, disse Sancio, vorrei che vossignoria dimandasse a questo maestro don Pietro alcun che degli affari della grotta di Montésino; perché quanto a me (sia con sopportazione di vossignoria), mi ostino a credere che tutto sia stato intigro o bugia o cose per lo manco da lei sognate.

— Tutto potrebbe essere, rispose don Chisciotte; ed io farò quello che tu mi consigli, quantunque mi resti nel proporre queste tali dimande un tantino di scrupolo.»

Stando in questi discorsi venne maestro Pietro a dimandare di don Chisciotte, e a dirgli che già il casotto era apparecchiato, e che sua signoria andasse a vederlo, che vi era pregio dell'opera. Don Chisciotte gli comunicò i suoi pensamenti, e lo pregò che interpellasse subito il suo scimiotto per sapere se certe cose avvenutegli nella grotta di Montésino fossero state vere o sognate, mentre a lui pareva che pizzicassero dell'uno o dell'altro. Maestro Pietro, senza rispondere sillaba andò per lo scimiotto, e condottolo davanti a don Chisciotte ed a Sancio, disse:

— Attento, signore scimiotto, che questo cavaliere brama sapere se certe cose che gli accaddero nella grotta, detta di Montésino, sieno state false o vere: e fattogli il consueto segno, lo scimiotto gli balzò sulla spalla sinistra, e parlandogli, come pareva all'orecchio, disse subito maestro Pietro:

— Lo scimiotto dice che parte delle cose vedute e successe nella grotta sono state false e parte verisimili; e che questo è quello che sa, e niente più risponde intorno a questa dimanda. Dice ancora che se vossignoria vuol sapere di più, nel venerdì venturo risponderà ad ogni dimanda, ma per adesso gli manca la virtù, e non gli può tornare sino a venerdì per quanto ha detto.

— Io aveva bene ragione, soggiunse allora Sancio, di non mandare giù le grosse bugie che vossignoria raccontava dell'accadutole nella grotta, e di non crederle vere nemmeno per la metà.

— Agli effetti ci rivedremo, Sancio mio, rispose don Chisciotte, che il tempo è lo scopritore di tutte le cose, né alcuna resta che presto o tardi non esca fuori alla luce del sole, per quanto stiasi rinchiusa nelle viscere della terra: ma ciò basti per ora, e andiamo a veder il casotto del buon maestro Pietro, che io penso che debba avere qualche cosa di nuovo.

— Come qualche cosa? rispose maestro Pietro: sessantamila ne comprende questo mio casotto ed assicuro la signoria vostra, mio signor don Chisciotte, ch'è uno dei più curiosi soggetti che abbia il mondo. Ma operibus credite et non verbis; e mano all'opera, che si fa tardi, e abbiamo da fare e da dire e da mostrare assai.»

Condiscesero don Chisciotte e Sancio, e si recarono là dove il casotto era collocato, già coperto e illuminato d'ogni intorno con candelette di cera che lo rendeano vistoso e riplendente. Allora maestro Pietro vi si pose entro, perch'egli era quello che doveva maneggiare le artifiziali figure, ed un ragazzo, suo servidore, se ne stette al di fuori per servire d'interprete e dichiaratore di tutte le meraviglie; e tenea in mano una bacchetta con cui indicava le figure che uscivano di tanto in tanto. Accomodatisi dunque quelli che trovavansi nell'osteria, e rimasti alcuni in piedi, e situati nel posto migliore don Chisciotte, Sancio, il paggio e il cugino, cominciò il ciarlatano a dire quello che udirà o leggerà, chi udirà o leggerà il seguente capitolo.

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