DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO XLVII

SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.

 

L'istoria racconta che dal consiglio passò Sancio ad un superbo palazzo, dove trovavasi in magnifica sala allestito regio e sontuoso banchetto.

Appena Sancio vi mise il piede, che suonarono i pifferi, ed uscirono quattro paggi a dargli l'acqua alle mani, ricevuta da lui con molta gravità. Cessò la musica, si assise Sancio a capo di tavola, perché non eravi che una sedia sola ed un solo servito. Restò ritto accosto a lui un personaggio, che disse poi di essere il medico, tenendo una bacchetta di balena in mano.

Alzarono una ricchissima e bianca tovaglia, con cui stavano coperte le frutta e molte diversità di cibi e di manicaretti. Uno, che pareva studente, diede la benedizione, ed altro paggio mise un bavaglio trinato a Sancio; altro uomo che faceva lo scalco, gli mise davanti un piatto di ghiottonerie; ma non ne ebbe egli appena mangiato un boccone, che colui dalla bacchetta toccò il piatto con essa, e questo gli fu tolto via immantinente. Lo scalco gliene accostò un altro con altre vivande, e Sancio distese tosto la mano per assaggiarlo, ma prima che avesse potuto avvicinarlo alla bocca, già la bacchetta l'aveva tocco, e subito un paggio l'aveva portato via così presto come gli altri manicaretti. Sancio stette alcun poco sospeso, e poi guardando ognuno in viso, dimandò se quelle vivande si avevano a mangiare così, come se si trattasse di un giuoco di mano. Rispose quello della bacchetta:

— Non si ha a mangiare, o signor governatore, se non se osservando religiosamente il costume che tiensi nelle altre isole dove sono i governatori; io, o signore, sono medico e sono salariato in quest'isola per assistere in tal qualità i suoi governatori, ed avendo più cara la loro che la salute mia, studio notte e giorno, e vo scandagliando la complessione del governatore, per non isbagliarne la cura in caso di malattia. La principale cosa in che mi occupo, si è di assistere ai suoi pranzi e alle sue cene, e di non permettergli di non cibarsi se non di quelle cose che mi paiono convenirgli, vietando e levandogli dinnanzi tutto quanto io penso che possa essere nocivo al suo stomaco. Ed ecco la ragione per cui ho comandato che si levi via un piatto di frutta per essere soverchiamente umide, e così l'altra vivanda per essere soverchiamente calida e condita con molti ingredienti, che accrescono la sete; giacché l'uomo che beve assai pregiudica e consuma l'umido radicale in cui consiste la vita.

— E perché? disse Sancio.

— Perché, rispose il medico, il nostro maestro Ippocrate, tramontana e luce dell'arte medica, dice in un suo aforismo: Omnis saturatio mala, perdricis autem pessima; e vuole inferire che pericolosa è ogni indigestione, ma pessima è quella delle pernici.

— Se così è, disse Sancio, considerate signor dottore, quale delle tante vivande che sono su questa mensa mi sia più confacevole e meno nociva, e lasciatemene mangiare tanto che io mi satolli, perché per la vita del signor governatore, che Dio me la preservi, io mi muoio di fame; ed il proibirmi che io mangi, perché ciò non va a sangue al signor dottore, ed il venire a rompermi la testa, egli non è pensare alla mia esistenza, ma alla mia morte.

— Vossignoria ha ragione, signor governatore, rispose il medico, ed ora ella potrebbe forse mangiare di quei conigli in guazzetto, ma non dee farlo perché è un mangiare peloso; potrebbe assaggiare di quella vitella, se non fosse arrosto e stuffata; e benché per un tantino non vi sarebbe gran male, è meglio astenersene affatto.»

E Sancio disse:

— Quel piattellone ch'è colà innanzi, e che manda fumo, mi pare che sia olla podrida, e tra la diversità delle cose con cui è composta, non può far di manco di non esservene alcuna che mi sia di gusto e di giovamento.

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Absit, disse il medico; lungi, lungi da noi sì pessimo divisamento: non vi è piatto al mondo di peggiore nutrizione della olla podrida. Queste olle sono bocconi da canonici, da rettori di collegio o da nozze di contadini, ma stieno lontane dalle mense dei governatori, dove non dee trovarsi che pulizia e squisitezza: e la ragione si è che sempre e in qualunque luogo sono tenute in più gran conto e pregio le medicine semplici che le composte, perché nelle semplici non si può fallare, ma nelle composte si altera facilmente la quantità degl'ingredienti dei quali sono formate. Quello poi che io so che può mangiare adesso il signor governatore per conservare e corroborare la sue sanità, egli è una dozzina di cialdoncini e alcune fettuccine sottili di cotognata, che gli acconceranno lo stomaco e gli aiuteranno la digestione.»

Sancio, sentendo questo, si poggiò sulla spalliera della sedia, e si pose a guardare fisso fisso il medico, poi con voce grave gli domandò che nome avesse e dove avesse studiato.

— Io, rispose, o signor governatore, mi chiamo il dottor Pietro Rezio di Aguero, naturale di Tiratinfuora, paese che giace a mano diritta tra Carachel e Almadovar del Campo, ed ho grado di dottore nella università di Ossuna.»

Cui Sancio imbestialito disse:

— Orsù, signor dottore Pietro Rezio di male augurio, naturale di Tiratinfuora, che resta a mano diritta fra Charachel e Almadovar del Campo, graduato in Ossuna, toglietevi via di qua, se no giuro a Dio che do mano ad un bastone, e cominciando da voi caccerò via a bastonate tutti i medici di questa mia isola, o almeno tutti quelli che io sappia che sono ignoranti; poiché i medici savi, prudenti e discreti me li metterò sopra la testa, e farò loro onore come persone che esercitano un'arte soprannaturale. Torno a dire che vada di qua Pietro Rezio, altrimenti piglio questa sedia e gli spacco il cervello, e se poi sarò accusato al tribunale, saprò far conoscere che ho reso servigio a Dio coll'ammazzare un pessimo medico carnefice della repubblica; e se non la capiranno, si ripiglieranno questo governo, che non dà da mangiare al suo padrone, e che non vale due fichi secchi.»

Il dottore, sentendo la collera del governatore, impaurì e si turbò, e divisava di fare il Tiratinfuora dalla sala, se non che in quell'istante sonò sulla strada una cornetta da posta, ed affacciatosi lo scalco alla finestra, si alzò dicendo:

— Arriva un corriere del duca mio signore, che recherà per certo qualche dispaccio d'importanza. Entrò il corriere sudato e trangosciato, e tratto un piego dal seno, lo pose in mano al governatore, e Sancio lo passò in quelle del maggiordomo, cui comandò che leggesse la soprascritta, la quale diceva così: A don Sancio Pancia, governatore dell'isola Barattaria, in proprie sue mani o in quelle del suo segretario.

Sancio, udendo questo disse:

— E chi è questo mio segretario?»

Uno dei circostanti rispose:

— Sono io, o signore, perché so leggere e scrivere, e sono biscaino.

— Con questa aggiunta di biscaino, disse Sancio, potreste anche essere segretario dell'imperatore: aprite questo plico e ditemi il suo contenuto.»

Il segretario nato allora come un fungo, lesse e poi disse ch'era negozio da trattarsi con grande segretezza da solo a solo. Comandò Sancio che tutti sgombrassero dalla sala, eccetto il maggiordomo e lo scalco; sicché partirono tutti, ed anche il medico. Subito il segretario lesse la lettera che diceva così:

 

«Pervenne a mia cognizione, signor don Sancio Pancia, che alcuni nemici e miei e di codesta isola hanno a darvi un formidabile assalto, non so in che notte. Rendesi dunque necessario lo stare all'erta perché non vi acchiappino alla impensata. So ancora per mezzo di certe spie ch'entrarono in codesto paese quattro persone travestite per ammazzarvi, perché hanno paura del vostro molto cervello. Spalancate gli occhi e ponete mente sopra chi si sia che venga a parlarvi, e non mangiate un briciolo di tutto quello che vi è presentato. Io procurerò di soccorrervi se il pericolo si facesse sempre più brutto, ma intanto conducetevi nel modo ch'io mi riprometto dalla vostra buona testa.

Di questo luogo, ai 16 agosto a ore 6 di notte.

 

 

Vostro amico, Il Duca»

 

Restò Sancio attonito davvero, mentre anche gli altri facevano le viste di essere in gran pensieri, e voltosi al maggiordomo disse:

— Quello che si deve fare subito, e farlo in questo punto, si è di cacciare in una sotterranea prigione il dottor Rezio, perché se vi è uno che voglia privarmi di vita, e darmi una pessima morte com'è la fame, è senza dubbio questo dottore.

— Sembrami per la stessa ragione disse lo scalco, che vossignoria nulla abbia a mangiar di tutto ciò che trovasi su questa mensa, perché le hanno presentate cose mascherate: e, come suol dirsi, dietro la croce si asconde il diavolo.

— Non nego, rispose Sancio, datemi dunque un pezzo di pane e quattro libbre all'incirca di uva, che in questi cibi non vi sarà veleno, perché in fatto io non posso poi durarla senza mangiare; e supposto che abbiamo a tenerci pronti per le battaglie dalle quali siam minacciati, bisognerà avere il ventre ben provvisto; perché le budella piene portano il cuore, e non già il cuore le budella. E voi, o segretario, rispondete al duca, e ditegli che si eseguirà quanto comanda, e presenterete da parte mia un baciamano alla mia signora duchessa, aggiungendo che è da me supplicata di non dimenticarsi di mandare per uno a posta la mia lettera e il mio fagotto a mia moglie Teresa Pancia, che le sarò obbligato: e in altro giorno le scriverò ancora, se avrò tempo: e di passaggio potete innestare nella risposta un baciamano al mio signor don Chisciotte della Mancia, perché conosca che io sono pane gradito; e voi, come buon segretario e buon biscaino, potete aggiugnere tutto quello che vi pare e che viene a proposito. Intanto sparecchino questa tavola, e mi dieno da mangiare, che poi me la saprò bene intendere io con quante spie, sicari e incantatori vogliano disturbare la quiete della mia isola.»

In questa entrò un paggio e disse:

— Gli è qua un contadino che brama di parlare alla signoria vostra per certo negozio che, a detto suo, è di somma importanza.

— Sono pure importuni, disse Sancio, questi negozianti! Com'è possibile che sieno tanto sciocchi da non conoscere che queste non sono ore da venire a negoziare? Come se noi altri governatori e noi giudici non fossimo uomini di carne, o non ci fosse indispensabile il tempo che richiedono i nostri bisogni! Credono forse che noi siamo fatti di pietra o di marmo? Oh in coscienza mia, che se dura questo governo (che per quanto prevedo non durerà) voglio fare impazzire più di un negoziante. Orsù, dite a cotesto buon uomo ch'entri: ma badate prima bene che non sia qualche spia o uno de' miei sicarî.

— Non può essere, rispose il paggio, perché egli mi pare un cristianaccio da nulla: non me ne intendo, o è buono come il buon pane.

— E poi non c'è di che temere, soggiunse il maggiordomo, ché noi siamo per qualche cosa.

— Dimmi, scalco mio, ripigliò Sancio, adesso che non è più qua il dottore Pietro Rezio, non potrei io mangiare qualche cosa di peso e di sostanza, e se non altro un pezzo di pane con una cipolla?

— Vossignoria si rifarà questa sera a cena del cattivo desinare, e resterà sazio e contento, disse lo scalco.

— Dio lo faccia, rispose Sancio.

Intanto entrò il contadino, ch'era di buon aspetto, e potea, anche lontano mille leghe, credersi uno zoticone alla buona. Le sue prime parole furono queste:

— Chi è qua il signor governatore?

— E chi ha da essere, rispose il segretario, se non se quegli che vedete ivi seduto magistralmente?

— Oh se è desso, disse il contadino, mi inchino alla sua presenza; e mettendosi ginocchioni gli prese la mano per baciargliela. Sancio non lo permise, e gli ordinò d'alzarsi e d'esporre il motivo della sua venuta. Così fece il contadino, e subito disse:

— Io, o signore, sono contadino, nativo di Miguel-Turra, paese lontano due leghe da città reale.

— E' ci mancava un altro Tiratinfuora, disse Sancio: dite pur su fratello, che conosco molto bene a palmo a palmo il paese di Miguel-Turra, ch'è poco lontano dal mio paese.

— Il caso è questo, o signore, continuò il contadino, che io per la misericordia di Dio mi sono ammogliato in pace e in seno della santa chiesa cattolica romana; ho due figli che studiano, il minore batte la strada del baccelliere e il maggiore quella del maestro, ma son vedovo perché mi morì la moglie, o, per dirla più giusta, me la ammazzò un cattivo medico, il quale le diede un purgante in tempo di gravidanza: e se fosse piaciuto a Dio che avesse partorito e mi avesse dato un figliuolo io lo avrei incamminato anch'esso a diventar dottore, e così non avrebbe avuto invidia dei suoi fratelli il baccelliere e il maestro.

— Dimodoché, disse Sancio, se vostra moglie non fosse morta o non l'avessero ammazzata, voi adesso non sareste vedovo.

— Signor no, non lo sarei, rispose il contadino.

— Siamo consolati per le feste, disse fra sé Sancio. Tirate innanzi, fratello, quantunque questa sia ora più da dormire che da trattare affari.

— Ora dico, soggiunse il contadino, che questo mio figliuolo che ha da essere baccelliere, s'innamorò nella terra medesima d'una donzella chiamata Chiara Perlerina, figliuola di Andrea Perlerino, contadino straricco; e questo nome non deriva in loro per discendenza o per altro casato, ma perché tutti quelli di tale stirpe sono perlatici; o negozianti di perle, e per migliorare il nome li chiamano Perlerini; ma se si ha da dire la verità, la donzella può rassomigliarsi ad una perla orientale; e guardata dalla parte destra sembra un fiore del campo, ma dalla parte sinistra non lo pare, perché le manca un occhio che le uscì fuora per il vaiuolo; per altro tuttoché le buche o margini del suo viso siano molte e larghe, non pertanto si dice da quei che le vogliono bene, che quelle non sono già buche, ma sepolture dove restano seppellite le anime dei suoi amanti. Ella è tanto pulita, che per non insudiciarsi il viso porta il naso rimboccato, come suol dirsi, e che pare proprio che vada fuggendo via dalla bocca; e contuttociò pare bella fuori di misura. Ella ha la bocca grande, e se non le mancassero dieci o dodici denti potria stare a petto delle più ben formate; non parlerò delle labbra, che sono delicate e sottili, tanto che se si usasse innasparle potrebbesi fare di esse una matassa; ma perché il loro colore è diverso da quello che nelle labbra si usa comunemente, hanno un non so che di miracoloso, essendo brizzolate di turchino, di verde e di pavonazzo oscuro. Mi perdoni il signor governatore se vo dipingendo minutamente tutte le parti di quella che alla fin fine ha da essere mia figliuola; perché io poi gli voglio bene, ed a me non par brutta.

— Dipingetela pure quanto vi piace, soggiunse Sancio, che io mi vo ricreando della pittura, e questo vostro ritratto mi avrebbe potuto tener luogo di un piatto di frutta saporite se adesso avessi desinato.

— Troppo favore vossignoria mi fa, rispose il contadino, ma verrà tempo che saremo qualche cosa a questo mondo, se ora non siamo considerati per niente. Dico dunque, signor governatore, che se potessi dipingervi la sua gentilezza e la sua alta statura, farei vedere cosa degna di maraviglia, ma non lo fo perché la poveretta è gobba e aggomitolata, ed ha le ginocchia accanto alla bocca; tuttavia si conosce che se potesse levarsi su daria col capo nel tetto; e di già avrebbe dato la mano di sposa al mio baccelliere, ma il male è che non la può distendere, ch'è rattratta, e in ogni modo nelle ugne lunghe e accannellate si scorge la sua bontà e la sua bella disposizione.

— Tutto andrà bene, disse Sancio, ma fate conto di averla già esattamente dipinta dai piedi sino alla testa: che cosa volete voi ora da me? venite alla conclusione senz'altri rigiri, chiassuoli, andirivieni, ritagli e aggiunte.

— Vorrei, o signore, rispose il contadino, che vossignoria mi facesse il favore di darmi una lettera di raccomandazione pel mio suocero; pregando che gli piaccia di fare che segua questo matrimonio: perché non vi è disparità fra noi né rispetto ai beni di fortuna né rispetto alla prosapia: e se ho a dirle il vero, signor governatore, mio figlio è mezzo spiritato, e non passa giorno che tre o quattro volte i maligni spiriti non lo tormentino: e per essere caduto una volta nel fuoco ha il viso tutto grinzo come carta pecora bagnata, e gli occhi un poco cispi e lagrimosi; per altro ha una bontà d'angelo, e se non fosse che qualche volta si percuote e si dà delle pugna di per sé solo, sarebbe un'anima benedetta.

— Volete altro, buon uomo? — replicò Sancio.

— Altra cosa bramerei, ma non mi arrisico a domandarla; pure la dirò, che finalmente non mi si ha da marcire nello stomaco, attacchisi o non si attacchi. Io dico dunque che vorrei che vossignoria mi desse trecento o seicento ducati per aiuto della dote del mio baccelliere; li domando perché possa aprire casa da sua posta, e in questo modo non istare soggetto alle impertinenze dei suoceri.

— Guardate se altro vi occorre, disse Sancio, né restate a dirlo né per rossore né per vergogna.

— Io non ho certamente altro, rispose il contadino.» Non aveva proferite appena queste parole che rizzatosi il governatore die' di piglio alla sedia su cui stava seduto, e disse:

— Giuro a Dio, villano zotico e impertinente, che se non ti levi di qua e non ti ascondi dalla mia presenza, ti spacco la testa con questa sedia che ho in mano. Furfantone, pittore di quanti diavoli sono all'inferno, e ti dà l'animo di venire a quest'ora a dimandarmi seicento ducati? e dove vuoi tu che io li abbia, pezzo di animale? e quand'anche li avessi, per qual titolo ho io a darli a te, o golponaccio? che importa a me di Miguel-Turra e di tutta la razza dei Perlerini? Levati di qua, replicò, o ch'io per la vita del duca mio signore, metto in esecuzione quello che ho detto. Tu non sei certamente nativo di Miguel-Turra, ma sì bene qualche furbo di prima classe mandato qua dall'inferno per tentarmi. Non è appena un giorno e mezzo ch'io sono governatore, e come vuoi, mal cristiano, che io abbia ammassati seicento ducati?»

Lo scalco fe' cenno al contadino che se n'andasse pei fatti suoi, ed egli uscì fuora col capo chino, e, per quanto pareva impaurito che il governatore non isfogasse la sua collera e le sue minacce; e così il vigliaccone seppe fare molto bene il suo ufficio.

Ma lasciamo pure Sancio colle sue smanie; diamoci pace, e torniamo a don Chisciotte, che rimasto era colla faccia bendata e medicato delle gattesche ferite, dalle quali non risanò che in otto giorni. In uno di questi gli accadde quello che Cide Hamete promise di raccontare con la esattezza e verità con cui usa di esporre le cose tutte toccanti la istoria presente, per quanto siano minute.

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