DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LVIII

STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.

 

Don Chisciotte e Sancio per rimediare al polverio ed alla stanchezza di cui era stata cagione ad entrambi la ferocia dei tori, trovarono necessario il ristoro di una limpida e chiara fonte, al cui margine, lasciando in libertà senza briglia e senza cavezza Ronzinante e il leardo, si assisero i due bersagliati. Visitò Sancio la credenza delle bisacce, e cavò fuori quello ch'egli soleva chiamar camangiare; si risciacquò la bocca, e don Chisciotte si lavò il viso per lo cui refrigerio ravvivò gli spiriti affievoliti. Il grande dispiacere impediva a don Chisciotte di potersi cibare, e non osava Sancio toccar le vivande che aveva dinanzi per dovuto rispetto, aspettando che il suo signore vi mettesse mano pel primo.

Vedendo però che assorto nelle sue immaginazioni non curavasi di accostar pane alla bocca, cominciò (sovvertendo ogni genere di creanza) ad insaccare nello stomaco il pane ed il cacio che si vedeva dinanzi.

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— Mangia pure, amico Sancio, disse don Chisciotte, sostenta quella vita che a te piucché a me piace, e lasciami morire sotto il peso de' miei pensieri e sotto quello delle mie sventure. Io nacqui, o Sancio, per vivere morendo, e tu per morire mangiando: e perché tu vegga che io dico il vero, considerami impresso nelle istorie, famoso nelle armi, ben creato nelle azioni, rispettato dai principi, tentato dalle donzelle, e al fine dei fini quando mi attendea palme, trionfi e corone guadagnate e meritate colle valorose mie imprese, mi vidi stamane calpestato, rotolato e pesto dai piedi di animali sudici e immondi! Questa considerazione mi allega i denti, m'instupidisce i mascellari, mi intirizzisce la destra e mi toglie in tutto e per tutto la volontà di mangiare; di maniera che penso di lasciarmi morire di fame, morte più crudele di ogni altra morte. — S'è così, disse Sancio sempre masticando a furia, vossignoria approverà quel proverbio che dice: corpo satollo anima consolata; io poi non penso di darmi la morte da me medesimo, che anzi vo' immaginando di fare come il ciabattino, che stira il cuoio coi denti, né ristà se nol vede al segno che vuole: e fo conto di tirare innanzi mangiando finché arrivi quel termine che il Cielo mi avrà segnato. Si persuada, signor mio, che non si dà pazzia più grande di quella di volersi disperare; e faccia a mio modo, mangi qualche cosa, e poi si metta a dormire sopra i verdi materassi di queste erbe, e vedrà che allo svegliarsi si sentirà rinvigorito lo spirito.» Così fece don Chisciotte, parendogli che le parole di Sancio, fossero più da filosofo che da mentecatto; e gli disse: — Se tu, o Sancio, far volessi per amor mio quello che ora ti dirò, sarebbe più certo il mio alleviamento, e meno sarebbero gravi gli affanni miei. Io ti supplico che mentre dormo per obbedire ai tuoi consigli, tu ti allontani un poco di qua e colle redini di Ronzinante, spogliandoti ignudo, tu ti dia tre o quattrocento scudisciate a conto delle tremila e tante delle quali sei debitore per ottenere il disincanto di Dulcinea: ché non è piccola afflizione quella di scorgere che per la tua noncuranza e per la tua negligenza stiasene incantata quella povera dama. — Oh, qua c'è da discorrere molto, disse Sancio: dormiamo intanto tutti e due, e poi Dio sa quello che sarà: non è mica piccolo negozio quello di frustarsi di per sé a sangue freddo: e tanto più se le frustate cadono addosso un corpo mal sostenuto e peggio cibato; che la mia signora Dulcinea abbia pazienza, e quando manco se l'aspetterà diventerò un crivello per le frustate: insino alla morte ogni cosa è vita, e voglio dire che io mi tengo in vita col desiderio di mantenere quanto ho promesso.» Allora gradì don Chisciotte la dichiarazione, mangiò un poco e Sancio molto, ed entrambi si misero a dormire, lasciando i due eterni compagni ed amici, Ronzinante e il leardo, in libera loro volontà di pascere l'abbondante erba ch'era nel prato.

Si svegliarono ch'era alquanto tardi, e tornarono a cavallo continuando il loro viaggio, affrettandosi per arrivare all'osteria che poteva essere una sola lega lontana. Io la chiamo osteria, perché don Chisciotte così la denominò contro l'usanza sua ch'era quella di chiamare castelli tutte le osterie. Giunsero finalmente e dimandarono all'oste se vi fosse da alloggiare. Rispose che sì, e con tanta agiatezza e comodità quanto poteasi trovare in Saragozza. Smontarono da cavallo, e Sancio ripose la sua credenza in una camera di cui l'oste gli consegnò la chiave. Condusse le bestie nella stalla, e diede loro la profenda, ringraziando il Cielo che alla fine l'osteria non fosse parsa un castello al suo padrone. Recossi poi a ricevere i suoi comandi, e lo trovò che stava seduto su di un muricciuolo. Venne l'ora della cena e di recarsi nella stanza, e Sancio chiese all'oste che cosa avesse d'apprestargli. Rispose che dimandasse pure ciò che venivagli in fantasia, non mancando l'osteria di uccelli dell'aria, di quadrupedi della terra e di pesci del mare. — Non occorre, tanta roba, rispose Sancio; un paio di polli arrosto ci bastano perché il mio padrone è delicato e mangia poco, e io ancora non sono molto divoratore.» Replicò l'oste che mancava di polli avendoglieli il nibbio pigliati tutti. — Ebbene, fateci dunque arrostire una pollastra che sia tenera. — Pollastra, padron mio! l'oste soggiunse: da quel che sono vi assicuro che ne ho mandate ieri alla città più di cinquanta, e dovete favorirmi di dimandare tutt'altro che vi piaccia, di pollastre infuori. — A questo modo, disse Sancio, non potrà essere di manco che non vi sia un poco di vitello o qualche quarto di capretto. — In casa non ne ho per adesso, rispose l'oste, essendosi consumato, ma nella ventura settimana ne sarà di avanzo. — Stiamo freschi! disse Sancio: scommetterei che tutta questa strepitosa abbondanza va a restringersi in un po' di prosciutto e in qualche paio di uova. — Per vita mia, soggiunse l'oste, che il mio signor ospite è un bell'umore: or ora gli ho detto che non tengo né galline, né pollastre, e vuole che abbia delle uova? Di grazia chiedetemi altre ghiottonerie, ma non mi dimandate cose relative a galline. — Ma finiamola dunque, corpo di me, disse Sancio mezzo in collera, e ditemi voi, signor oste, quello che avete senza perderci in altri discorsi.» Egli rispose:

— Quello che realmente e veramente ho in pronto sono due zampe di bue che paiono due piedi di vitella, ovvero due piedi di vitella che paiono due zampe di bue, e sono cotte coi loro ceci, cipolle e prosciutto, e stanno dicendo: Mangiami, mangiami. — Sia dunque finita, disse Sancio: queste sieno per conto mio, e nissuno le tocchi che le pagherò meglio di ogni altro: quanto al mio gusto particolare non cerco di più e mi importerebbe anche poco se fossero piedi piuttosto che zampe. — Non vi sarà chi le tocchi, disse l'oste, che gli altri miei ospiti sono personaggi che hanno con sé e cuoco e credenza e dispensiere. — Se si tratta di personaggi, disse Sancio, nessuno è più personaggio del mio padrone, ma l'offizio che fa non gli permette di portarsi dietro né dispense, né bottiglierie; perché noi ci distendiamo in mezzo ad un prato, e ci satolliamo sì di ghiande come di nespole.»

Questa fu la conversazione di Sancio coll'oste, né Sancio volle passare avanti a rispondere ad altre domande intorno all'uffizio ed all'esercizio del suo padrone. Venne l'ora della cena, e don Chisciotte passò nella sua camera. L'oste portò la pignatta come stava, e il cavaliere si mise a cenare a suo bell'agio.

Frattanto parvegli di sentir a dire da una stanza divisa dalla sua soltanto da un muro di mezza pietra: — Per la vita di vossignoria, signor don Geronimo, che mentre ci recano la cena, vogliamo leggere un altro capitolo della seconda Parte del don Chisciotte della Mancia.» Appena che don Chisciotte sentì proferire il suo nome, rizzossi in piedi, e con gli orecchi tesi ascoltando di che si trattasse, udì che quel tale don Geronimo rispondeva: — E perché vuole, vossignoria, signor don Giovanni che leggiamo questi spropositi? Quegli che ha letto la prima Parte dell'istoria di don Chisciotte della Mancia non può certamente dilettarsi della lettura della seconda. — Contuttociò, rispondeva don Giovanni, non sarà male di leggerla, che non vi è libro tanto cattivo che non contenga qualche cosa di buono: quello che mi dispiace si è che si scopre nella seconda Parte don Chisciotte già disinnamorato di Dulcinea del Toboso.» Don Chisciotte udendo questo, pieno d'ira e di dispetto, alzò la voce e disse: — Se vi è chi dice che don Chisciotte della Mancia si sia dimenticato o possa dimenticarsi di Dulcinea del Toboso, io gli proverò con armi eguali che va lontanissimo dalla verità; né la senza pari Dulcinea del Toboso può essere dimenticata, né in don Chisciotte può capire obblivione; la costanza è la sua insegna, sua professione è una memoria gelosa e soave, e non può essere obbligato a far forza a se stesso. — Chi è che ci risponde? fu inteso dire dall'altra stanza. — E chi altri può essere, Sancio soggiunse, fuorché lo stesso don Chisciotte della Mancia che manterrà quanto ha detto e quanto sarà per dire ché al buon pagatore non dolgono i pegni.»

Non aveva appena finito Sancio di parlare ch'entrarono per la porta della stanza due gentiluomini o tali rassembravano; ed uno di essi gittando le braccia al collo di don Chisciotte, gli disse: — Né la presenza vostra può smentire il vostro nome, né può il nome vostro non accreditare la vostra presenza. È fuori di dubbio, o signore, che voi siete il vero don Chisciotte della Mancia, tramontana e stella mattutina della errante cavalleria a marcia vergogna di colui che tentò di usurpare il vostro nome e di annientare le prodezze che vi hanno data celebrità; di colui, dico, ch'è stato l'autore del libro che vi presento.»

Pose in questo mentre il libro che aveva seco, in mano di don Chisciotte, che ricevutolo, senza proferire parole cominciò a scartabellarlo e d'indi a poco glielo restituì, dicendo: — Nel poco che ho visto ho trovato tre cose degne di riprensione. La prima risguarda alcune parole che ho letto nel prologo; l'altra che il dialetto è aragonese, perché talvolta scrive senza articoli: e la terza, che lo conferma più delle altre per ignorante, si è che va errato e si svia dalla verità nel punto più importante dell'istoria. Qua dice che la moglie di Sancio Pancia, mio scudiero, chiamasi Maria Guttierez, quando invece è Teresa Pancia; e chi commette spropositi in punto sì rilevante fa sospettare a buon diritto d'infedeltà in tutto il rimanente.» E Sancio soggiunse: — Oh è ben bello questo signor istoriatore! oh veramente sa per minuto le cose nostre! egli chiama Maria Guttierez mia moglie Teresa Pancia? Caro signore, riprenda il suo libro e guardi un poco se vi sono nominato anch'io, e come mi hanno cambiato il nome. — Per quello che ho inteso a dire amico mio, disse don Geronimo, voi dovete essere infallantemente Sancio Pancia, lo scudiere del signor don Chisciotte. — Io son quello rispose Sancio, ed anche me ne tengo. — In fede mia, disse il gentiluomo, che questo moderno autore non parla di voi con quella nettezza che si scorge essere nella vostra persona: vi siete dipinto mangiatore, balordo, niente grazioso, affatto diverso dall'altro Sancio descritto nella Parte prima della storia del vostro padrone. — Dio gli perdoni, disse Sancio; doveva lasciarmi nelle mie brache e non far parola della mia persona; che per guidare la danza bisogna saper suonare, e San Pietro sta bene soltanto a Roma.» I due gentiluomini pregarono don Chisciotte che si compiacesse di passare a cena nella loro stanza e in loro compagnia; poiché bene sapevano che quell'osteria non avrebbe potuto apprestargli cibi da suo pari. Don Chisciotte che fu sempre cortese e ben creato, condiscese alla dimanda e passò a cenare con loro. Sancio se ne restò con la pignatta di suo mero e misto impero, si pose a sedere in capo di tavola, e tenne l'oste in sua compagnia, che non meno di lui mostravasi affezionato ai piedi ossia zampe di bue.

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Durante la cena dimandò don Giovanni a don Chisciotte che nuove avesse della signora Dulcinea del Toboso; se si fosse maritata, se avesse partorito, se fosse gravida, o se stando nella sua integrità si ricordasse (gelosa custode dell'onestà e del decoro) delle amorose affezioni del signor don Chisciotte della Mancia. Cui rispos'egli: — Dulcinea è sempre intatta, e i miei pensieri più fermi che mai; ma la sua bellezza è ora trasformata in quella di brutta villana.» E qui si fece a raccontare punto per punto l'incantamento della signora Dulcinea e quanto era successo nella grotta di Montèsino, col comando del savio Merlino per disincantarla, consistente nelle frustate che Sancio doveva darsi. Fu assai grande il piacere ch'ebbero i due gentiluomini udendo raccontare dal medesimo don Chisciotte gli strani successi della sua istoria, e rimasero tanto sorpresi dei suoi spropositi quanto della elegante maniera con cui sapeva raccontarli. Ora lo teneano per saggio, ora per mentecatto, senza sapersi determinare qual grado gli potessero dare tra la saggezza e la pazzia.

Terminò Sancio la sua cena, e lasciando ben bene briaco l'oste, passò nella stanza dove trovavasi il suo padrone, ed entrando disse: — Che io possa esser morto se l'autore di questo libro posseduto dalle vostre signorie non vuole che noi mangiamo insieme una buona pignatta di pane grattato; che mi dica mangiatore gliela perdono, ma ubbriaco no certamente. — Eppure vi chiama ubbriaco, disse don Geronimo, non mi ricordo precisamente in qual luogo: ma egli è certo che parla da maligno e da gran bugiardo per quanto posso capire dalla fisonomia del buon Sancio ch'è qua presente. — Si persuadano le signorie loro, disse Sancio, che il Sancio e il don Chisciotte di questa loro istoria debbono essere altre persone diverse da quelle delle quali parla Cide Hamete Ben-Engeli, e che siamo noi, il mio padrone ingegnoso, savio e innamorato, ed io semplice, grazioso e non mangione, né ubbriaco.

— Così credo anch'io, disse don Giovanni: e se fosse possibile si dovrebbe comandare che nessuno osasse trattare delle cose del gran don Chisciotte, da Cide Hamete, suo originario autore, in fuori; nel modo stesso che comandò Alessandro che nessuno ardisse di fare il suo ritratto, eccettuato Apelle. — Mi ritratti chi vuole, disse don Chisciotte, ma non mi maltratti; ché molte volte può la pazienza messa a cimento, degenerare in isdegno. — Non v'è ingiuria, disse don Giovanni che si possa fare al signor don Chisciotte della quale non sappia egli vendicarsi; se no la ripara collo scudo della sua tolleranza; ché al parere mio è grande e forte.»

Tra questi ed altri discorsi si consumò gran parte della notte: e tuttoché don Giovanni avesse bramato che procedesse don Chisciotte nella lettura del libro per udire le glose che vi facesse, nol poté a ciò indurre mai, dicendo egli che lo dava per letto e lo confermava per libro sciocco da capo a fondo. Oltre di che non avrebbe voluto che giugnendo a cognizione del suo autore ch'eragli pervenuto alle mani, si compiacesse che lo potesse aver letto, mentre dalle cose turpi ed oscene i pensieri non che gli occhi hanno sempre a stare lontani. Gli chiesero per dove fosse diretto il suo viaggio, rispose; — Alla volta di Saragozza per ritrovarmi alla giostra dello scudo, che in quella città suol farsi ogni anno.» Don Giovanni gli disse che in quella nuova istoria si racconta che don Chisciotte, o chi altro fosse, vi si era trovato a correre un anello, ma che il racconto era privo d'invenzione, povero di motti, poverissimo di ornamenti, e ricco di scimunitaggini. Or bene; appunto per questo, rispose don Chisciotte, non metterò più piede in Saragozza, e così renderò notorio al mondo la menzogna di questo moderno istorico, e ognuno conoscerà che io non sono quel don Chisciotte che egli dipinge. — Farà da suo pari, disse don Geronimo: e tanto più che anche in Barcellona si fanno giostre, dove troverà campo il signor don Chisciotte da lasciarvi prove del suo valore. — Così farò soggiunse don Chisciotte: e mi concedano le signorie vostre, essendo già ora opportuna, ch'io me ne vada a letto, tenendomi ed ascrivendomi nel novero dei loro più grandi amici e servitori. — E tengano anche me in questo numero, soggiunse Sancio; che forse potrò essere buono da qualche cosa.» Con questo si licenziarono e don Chisciotte e Sancio si ritirarono nella loro camera, lasciando don Giovanni e don Geronimo confusi nel pensare a quello strano miscuglio di saviezza e di pazzia ch'erano i veri caratteri di don Chisciotte e di Sancio, ben diversi da quelli descritti dall'autore aragonese. Si alzò don Chisciotte di buon mattino: e col dare replicati colpi al muro che tramezzava l'altra camera si congedò dai due ospiti. Sancio pagò l'oste con prodigalità, e lo consigliò che lodasse manco le provvisioni della sua osteria, ma che in vece la tenesse un po' meglio provvista.

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