DON CHISCIOTTE

di Miguel Cervantes di Saavedra

 


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CAPITOLO LXIX

DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.

 

La mente di don Chisciotte era per una parte molto concentrata nei suoi pensieri, e molto lieta per l'altra. La sua tristezza procedeva dall'essere stato vinto, e la sua allegrezza dal considerare la virtù mostrata da Sancio nel procurare il ritorno in vita di Altisidora, tuttoché egli covasse in sé qualche dubbio che la innamorata donzella non fosse morta daddovero. Sancio non andava lieto per niente; ché gli doleva che Altisidora non gli avesse mantenuta la promessa di dargli le sei camicie; e pensando e ripensando a questa cosa sola, disse al padrone: — Certo, signor padrone, che io sono il medico più sfortunato che viva al mondo; poiché se ne trovano molti che dopo aver ammazzati gli infermi, vogliono essere pagati delle loro fatiche; e queste consistono in firmare una polizzetta di certi rimedii che non fanno essi, ma sono figli della testa dello speziale. A me invece la sanità degli altri è costata gocce di sangue, schiaffi, pizzicotti, punture e frustate, e non mi hanno dato neppure un maravedis. Giuro a Dio che se mi mettono per le mani un altro infermo, prima che io lo medichi mi hanno da ungere bene le mani, che l'abate mangia di quello ch'egli canta, né mi persuaderò mai che Dio mi abbia dato questa virtù, perché la comunichi agli altri amore et gratia.

— Tu hai ragione, amico Sancio, rispose don Chisciotte, e Altisidora si è portata male assai nel non darti le promesse camicie, ma pensa che la virtù che possiedi è gratis data, perché non ti costò veruno studio, ché non si vuole studio di sorta per farsi martoriare la persona: ti dirò ben io che se tu avessi voluto essere pagato per le frustate indispensabili al disincanto di Dulcinea, io ti avrei dato il più generoso guiderdone, quando però non mi fosse venuto il sospetto che il premio non avesse resa inefficace la medicina: ma già mi pare che non si perderà niente a farne la prova. Orsù, veniamo a patti, Sancio mio caro, guarda quanto pretendi, e frustati subito e pagati in moneta sonante, giacché tu hai i miei danari nelle tue mani.» Sancio spalancò gli occhi ed allungò il collo a questa offerta, ed in cuor suo stabilì di frustarsi di molta buona voglia, sicché disse al padrone: — Penso di dare gusto a vossignoria in quello che desidera con mio utile; perché l'amore che porto a Teresa Pancia ed ai figliuoli è causa che mi abbia a dimostrare interessato. Ora mi dica a quanto mi pagherà ogni frustata. — Se ti avessi a pagare, o Sancio, rispose don Chisciotte, nella misura che merita la grandezza e qualità di questo rimedio, sarebbero poca cosa i tesori di Venezia e le miniere del Potosi, ma fa conto su quello che tieni di ragion mia, e metti tu stesso la tassa ad ogni frustata. — Sono, rispose Sancio, tremila trecento e tante: cinque, me ne ho date a conto, e restano le più; e entrino tra le tante le cinque, e riduciamoli a tremila e trecento, che ad un quarticello per una (che non ne vorrei meno se tutto il mondo me lo comandasse) ammontano, per le tremila, a tremila quarticelli che sono mille e cinquecento mezzi reali, che vengono a formare settecento cinquanta reali, e le trecento fanno centocinquanta mezzi reali, che vengono ad essere settantacinque reali, i quali aggiunti ai settecentocinquanta, sono in tutto ottocento venticinque reali. Questi io li diffalcherò da quelli che tengo di ragione di vossignoria, e provveduto e contento tornerò in casa mia, comunque bene frustato; ché già non si può avere il male senza le mosche. — O Sancio benedetto! Sancio amabile! rispose don Chisciotte, oh quanto ci troveremo obbligati, Dulcinea ed io, a servirti nei giorni tutti che ci donerà il cielo di vita! Se torna Dulcinea al primiero suo essere (che non è possibile che non torni) fortuna si potrà dire la sua disgrazia, felicissima e trionfante la mia passata sconfitta. Ora pensa tu quand'è che vuoi dare principio alla disciplina, che io per abbreviarne il termine ti aggiungo dieci reali. — Quando? disse Sancio: in questa notte senza alcun fallo; e procuri vossignoria che ci troviamo in campagna a cielo scoperto, che io diserterò queste mie povere carni.»

Giunse la notte attesa da don Chisciotte colla maggiore ansietà, sembrandogli che le ruote del carro di Apollo si fossero fracassate e che si allungasse il giorno oltre l'usato; al modo appunto che accade agli innamorati, i quali non aggiustano mai la partita dei loro desiderii. Penetrarono finalmente in un albereto poco distante dalla strada maestra, dove lasciando vôta la sella e la bardella di Ronzinante e del leardo, si coricarono sulla verde erba, e cenarono della provvisione che seco portava Sancio; il quale, facendo del capestro e della cavezza del leardo una forte e pieghevole disciplina, si scostò dal suo padrone intorno a venti passi, e andò presso alcuni faggi. Don Chisciotte che lo vide andare con animo risoluto ed ardito, gli disse: — Bada, amico, di non maltrattarti soverchiamente; lascia tempo tra una frustata e l'altra, né accelerarne troppo il corso, affinché sul bel mezzo non ti venga a mancare il fiato; e voglio dire che le frustate non sieno tanto terribili che ti abbia a mancare la vita prima che si compia il numero stabilito: ma perché tu non pecchi nel troppo né nel troppo poco, io starò qui in un canto e conterò con questa corona le frustate che ti darai; ed ora il cielo ti secondi conformemente al merito della tua buona intenzione.

— Al buon pagatore non gli dolgono i pegni, disse Sancio, ed io penso di disciplinarmi in maniera da sentire il dolore, ma senza ammazzarmi, che in questo appunto deve consistere la sostanza del miracolo.» Si spogliò dalla cintola all'insù, e acchiappata la funicella, cominciò a flagellarsi, e don Chisciotte a noverare le frustate. Doveva aversene date Sancio intorno a sei o otto, che gli parve troppo brutto il giuoco e troppo vile il prezzo, e fermandosi un poco disse al padrone, che protestava di essersi ingannato, perché ognuna di quelle frustate meritava mezzo reale, e non un solo quartuccio. — Tira pure innanzi Sancio mio, non perderti di animo, gli rispose don Chisciotte, che raddoppierò la posta. — Se così è, disse Sancio, piovano le frustate;» ma il volpone in vece di battersi le spalle andava battendo gli alberi, e mandava di tanto in quanto certi gemiti sì lunghi che ad ognuno di essi pareva che l'anima dovesse scappargli fuori. Don Chisciotte, ch'era tenero di cuore e timoroso che Sancio non lasciasse la vita, e in conseguenza non potesse egli giungere al suo intento per la imprudenza dello scudiere, si fece a dirgli: Per vita tua, amico, non tirare più innanzi, che questa medicina mi pare crudele, e sarà bene dar tempo al tempo, che Roma non si costrusse in un'ora: ti sei date, se non ho contato male, più di mille frustate, e bastino queste per ora, ché l'asino sopporta il carico, ma non il sopraccarico.

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— No, no, signor mio non voglio che si dica di me: Chi paga innanzi è servito dopo; si scosti un poco, e mi lasci dare non meno di altre mille frustate, ché a due levate di queste avremo saldata la partita ed anche ne sopravanzeranno. — Poiché sei in sì buona disposizione, replicò don Chisciotte, il cielo ti aiuti, e continua pure che io mi metto d'accanto.» Tornò Sancio al suo giuoco con tanto fervore, che aveva già levata la corteccia al tronco dell'albero: sì grande era la violenza con cui frustava; ed una volta con voce sonora dando una fortissima scudisciata ad un faggio, disse:

— Qua morrai, Sansone, e quanti sono con te.»

All'udire questo doglioso accento, e al colpo della strepitosa percossa volò don Chisciotte e prendendo il torto capestro che servì a Sancio per istrumento di disciplina, gli disse:

— Non permetta la sorte, o Sancio amico che per soddisfar me, tu perda una vita che deve servire per sostentare la tua moglie e i tuoi figliuoli; aspetti pure Dulcinea migliore congiuntura, che io mi conterrò nei limiti di una propinqua speranza, e attenderò che nuove forze tu riacquisti, perché abbia termine questo negozio con soddisfazione di tutti i noi.

— Poiché così piace a vossignoria, rispose Sancio, così sia alla buon'ora, e intanto mi getti il suo ferraiuolo sopra le spalle, che io sto sudando, e non vorrei raffreddarmi, ché questo è il risico in cui incappano tutti i nuovi disciplinati.»

Don Chisciotte secondò le preghiere di Sancio, e restando in farsetto, lo coprì, ed egli si addormentò sino a tanto che lo destò il sole, e poi continuarono il viaggio, il quale per allora ebbe fine in un paese ch'era di là lontano tre leghe.

Presero alloggio all'osteria, che don Chisciotte riconobbe per tale e non per castello circondato di fosse, di torri, di rastelli, con ponte levatoio; mentre dopo la sua ultima disfatta cominciava ad essere un poco più ragionevole, come ora si dirà. Si posero in una sala terrena addobbata, in vece di paramenti, con cuoi di sargie vecchie, dipinte, come si usa tra i contadini. In una di esse era figurato da pessima mano il ratto di Elena, quando il perfido ospite la tolse a Menelao, ed in altra vedeasi la storia di Didone e di Enea, ella su un'alta torre in atto di far segno con un pannolino all'ospite fuggitivo, ed egli che andava navigando per mare su una fregata o brigantino. Notò Sancio nelle due istorie che Elena non andava di malavoglia, perché rideva di soppiatto e maliziosamente, ma che la bella Didone sgorgava dagli occhi lagrime grosse quanto una noce. Vedendo ciò don Chisciotte disse:

— Furono sventuratissime ambedue queste donne per non essere nate nella età nostra, ed io disgraziato sopra tutti per non avere nella età loro veduto la luce del giorno: ché se io fossi stato a quei tempi, né arsa sarebbe Troia, né distrutta Cartagine, e solo che io avessi ammazzato Paride sarebbesi ovviate tante disgrazie.

— Io mi farò turco, disse Sancio, se non accadrà fra alquanti anni che in ogni bettola, in ogni osteria, in ogni bottega di barbiere si avrà a vedere dipinta l'istoria delle nostre prodezze; ma vorrei che la dipingessero pittori più esperti di colui che ha sgorbiate queste.

— Hai ragione, o Sancio, disse don Chisciotte, perché questo pittore è come Orbanescia di Ubeda, il quale interrogato che cosa dipingesse, rispondeva: Quello che verrà fuori; e se dipingeva un gallo vi scriveva di sotto: Questo è un gallo; affinché qualcuno non lo credesse una volpe. Ed a costui sembrami, o Sancio, che assomigliare si possa lo scrittore che mise in luce la storia del nuovo don Chisciotte, in cui è gettato giù tutto quello che dalla penna usciva, senza criterio; e si potrebbe anche dire ch'egli abbia fatto come un poeta che trovavasi alla Corte negli anni andati, chiamato Maulone, il quale rispondeva improvvisando a quante cose gli domandavano; chiedendogli un tale che cosa significasse Deum de Deo? rispose: Dia dove dia. Ma lasciando questo da parte, dimmi se fai pensiero, o Sancio, di affibbiarti un'altra frustatura stanotte, e se vuoi che sia piuttosto sotto il tetto che a cielo scoperto.

— Per dinci, Sancio rispose, che per quello che io penso di darmi, tanto fa che sia in casa come in campagna: per altro vorrei che fosse tra gli alberi, mentre mi pare che mi accompagnino e mi aiutino mirabilmente a sopportare tanta fatica.

— Non ha da essere per questa notte né l'uno, né l'altro, rispose don Chisciotte, affinché tu abbia agio di rinfrescare le tue forze e arrivare in buon essere alla nostra Teresa, presso cui giungeremo al più tardi domani.»

Sancio rispose che facesse il piacer suo, ma ch'egli bramava sollecitare la conclusione di quel negozio a sangue caldo, e quando gliene veniva voglia, perché l'indugio suole apportare pericolo; e aiutati che ti aiuterò, ed è meglio uccelletto in mano che avvoltoio in aria.

— Non più proverbi, o Sancio, te ne scongiuro, disse don Chisciotte, che sembra che tu ritorni al sicut erat; parla pianamente e alla liscia e senza contorcimenti, come tante volte ti ho detto, e vedrai come un pane ti vale per cento.

— Io non so che maledetta disgrazia sia la mia, disse Sancio, che non posso dire parola senza che c'incorpori qualche proverbio, né dire proverbio che non mi paia parola, ma se potrò mai mi emenderò;» e con questo cessò per allora il ragionamento.

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